«VERDENA (20TH ANNIVERSARY) - Verdena» la recensione di Rockol

20 anni di Verdena: fedeli alla linea, oggi come ieri

Il 24 settembre 1999 usciva l'album d'esordio del trio guidato da Alberto Ferrari, che ora torna nei negozi in una nuova edizione con materiale inedito: un modo per riscoprire una pietra miliare del rock indipendente italiano.

Recensione del 24 set 2019 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Se dovessimo appuntarci da qualche parte una serie di date-chiave per comprendere lo sviluppo di quella che è stata la musica indipendente italiana negli anni '90 e per capire come gli eventi abbiano poi portato alla nascita della scena attuale, non potremmo lasciare fuori dalla lista il 24 settembre 1999: il giorno in cui la Black Out (etichetta allora appartenente alla Polygram per la quale avevano già inciso i Casino Royale, i Modena City Ramblers, Neffa e i Ritmo Tribale) spedì nei negozi il primo album ufficiale dei Verdena. Era il periodo, quello, in cui le grandi case discografiche italiane - con giusto un leggero ritardo rispetto alle tendenze d'oltreoceano e d'oltremanica - si decisero finalmente a investire su gruppi emergenti o semi-sconociuti che per anni, nei garage e nelle sale prove della provincia italiana, avevano covato rancore e frustrazione nei confronti del mainstream. E i Verdena erano sicuramente tra questi: il loro era un suono velenoso, rabbioso, che aveva spettinato chi aveva ascoltato i demotape fatti girare tra gli amici e gli irriducibili fan che andavano ad ascoltarli in concerto nei più squallidi locali delle province di Bergamo, Brescia e Milano - gli stessi demo che di lì a poco sarebbero arrivati anche sulle scrivanie dei discografici. Vent'anni dopo, il disco d'esordio di Alberto Ferrari e compagni torna nei negozi, in una nuova edizione: un modo per riconoscergli il ruolo di pietra miliare del rock indipendente italiano e per dargli nuova vita.

Così, giusto per contestualizzare. Nel 1999 il terzetto composto da Ligabue, Jovanotti e Piero Pelù stava scalando le classifiche con quell'esperimento di mix tra pop, political hip hop e rock in salsa italica che era "Il mio nome è mai più". Alle loro spalle i Lunapop, con il tormentone "50 Special". Tra gli album, "Io non so parlar d'amore" di Adriano Celentano sarebbe stato di lì a poco incoronato il più venduto dell'anno, seguito da "Mi fai stare bene" di Biagio Antonacci (all'epoca ancora idolo delle ragazzine), "Infinito" dei Litfiba (complice la hit "Il mio corpo che cambia"), 883 e Bocelli. Con il loro disco d'esordio, quel mix tra grunge e rock alternativo che certa stampa presentò sin da subito come la risposta italiana ai Nirvana (ma Kurt Cobain era morto già da cinque anni e Dave Grohl aveva già pubblicato due album con i Foo Fighters), i fratelli Alberto e Luca Ferrari e Roberta Sammarelli misero sin da subito le cose in chiaro: loro, con il mainstream dell'epoca, non avevano assolutamente nulla da spartire.

I Verdena - e come loro anche gli altri gruppi semi-sconosciuti scovati dalle major all'epoca - non avevano grosse pretese, d'altronde: sapevano bene che quella musica lì era destinata a restare confinata nell'ambito dell'underground, a parlare ai ragazzi di provincia frustrati e incazzati come loro e a fare da colonna sonora alle occupazioni scolastiche o alle feste nei centri sociali. Anche se di fatto a pubblicare il disco era una major. Tracciare un paragone tra quello che successe nel rapporto tra indie e mainstream alla fine degli anni '90 e cosa è successo in questi ultimi anni con il caso dell'itpop (vedi la scalata al successo di Calcutta o di Tommaso Paradiso, che con l'addio ai Thegiornalisti ha sancito ufficialmente la fine di questa stagione), è sbagliato: le loro - quelle di Verdena e compagni - erano ambizioni diverse. E poi all'epoca non c'erano i social, non c'erano le piattaforme di streaming e non c'erano le playlist con i successi indie del momento. Soprattutto, le distinzioni tra indie e mainstream erano molto più nette e per il grande pubblico era molto più difficile entrare in contatto con certe realtà (qualcuno, comunque, riuscì pure a scalare le classifiche, come nel caso dei Subsonica o dei Planet Funk). Però in quegli anni arrivò una prima, considerevole stoccata al sistema, che anticipò di pochi anni l'epifania di Vasco Brondi e delle sue Luci della Centrale Elettrica (investito del ruolo di cantore del disagio generazionale già prima di Calcutta e compagni) e soprattutto quella di Niccolò Contessa, che nel 2010 con "I pariolini di diciott'anni" avrebbe aperto quella breccia tra indie e mainstream dalla quale negli anni successivi sarebbero passati tutti.

Riscoprire "Verdena" oggi è interessante: qui dentro ci sono tutti gli elementi che avrebbero caratterizzato tutti i successivi lavori del trio guidato da Alberto Ferrari. Non solo a livello musicale, con quel suono lacerante, grezzo e sfrenato tanto frutto della visione dei Verdena quanto della produzione di Giorgio Canali, ma anche a livello di attitudine: nessun compromesso artistico, nessuna concessione alle mode e al mainstream. Valori che i Verdena continuano a portare avanti con orgoglio ancora oggi, e sono tra i pochi gruppi della loro generazione a farlo, a restare fedeli alla linea. Ascoltare questo doppio disco, un'ora e mezza di musica che accosta alle canzoni dell'edizione originale anche alcune tracce bonus, è come osservare al microscopio il DNA artistico dei Verdena: la compattezza della loro musica, la maturità di certe soluzioni sonore, la semplicità destabilizzante dei testi, come scrivemmo già nella nostra recensione dell'epoca.

La riedizione per il ventennale contiene l'album originale e un secondo disco con inediti, versioni demo, registrazioni acustiche e live (per un totale di dieci tracce). Due di questi brani, "Bonne nouvelle" e "Piuma", erano stati già inclusi nell'Ep "Valvonauta", uscito nel giugno del 1999 (pochi mesi prima della pubblicazione dell'album). "Corpi" e "Fiato adolescenziale" (già contenuta in un demotape del 1997) furono entrambe registrate da Giorgio Canali nella stessa sessione del disco del 1999, ma poi furono accantonate: Alberto Ferrari ha deciso di tirarle fuori dai cassetti per questa riedizione, finalizzandole. Completano il disco una versione acustica di "Fuxia" (un altro pezzo incluso nello stesso demotape del 1997), una di "Ormogenia" e una versione "primordiale" di quest'ultima traccia, registrata su quattro piste a cassetta nel corso di una jam casalinga (è intitolata "Da giordi" e dura poco più di un minuto e mezzo). In chiusura, una versione live dell'inedito "Shika": "E questi erano i Verdena", dice il presentatore, "ancora un grande applauso. Al prossimo appuntamento".

Ora, dopo questo mega ripassone, non possiamo far altro che aspettare che i Verdena si decidano a dare un seguito al dittico di "Endkadenz". E a interrompere un silenzio discografico che è durato fin troppo.

TRACKLIST

#1
01. Ovunque - Ramastered (03:08)
03. Pixel - Ramastered (04:25)
04. L'Infinita Gioia Di Henry Bahus - Ramastered (04:32)
05. Vera - Ramastered (02:43)
07. Caramel Pop - Remastered (04:10)
08. Viba - Ramastered (03:44)
10. Zoe - Ramastered (03:28)

#2
01. Bonne Nouvelle - Remastered (04:00)
02. Ormogenia - Remastered (02:59)
03. Corpi - Remastered (03:24)
04. Da Giordi - Remastered (01:39)
05. Fiato Adolescenziale - Remastered (03:12)
06. Oggi - Ramastered (02:06)
07. Fuxia - Remastered / Acoustic Version (02:44)
08. Ormogenia - Remastered / Demo Version (03:09)
09. Piuma - Ramastered (03:32)
10. Shika - Remastered / Live Version (06:25)
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