«FEAR INOCULUM - Tool» la recensione di Rockol

Tool: habemus album! E che album...

Finalmente la band di Keenan e soci pubblica l'attesissimo successore di "10,000 Days": la recensione

Recensione del 30 ago 2019 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Habemus album. Ci sono voluti 13 anni e un tot di false partenze (“il disco è in arrivo – anzi no, scusate” o qualcosa del genere), ma finalmente il nuovo lavoro in studio dei Tool vede la luce.
Fortunatamente Keenan e i suoi non ci propinano il loro personalissimo “Chinese Democracy” (i Guns ci hanno messo 15 anni per farlo, i fan un mese per dimenticarlo: ora si può dire, vero?): infatti è palese che la risposta alla domanda se sia valsa la pena questa lunga attesa è positiva. Senza remore o dubbi.

La gestazione elefantiaca di “Fear Inoculum”, dunque, si dimentica facilmente nell’arco del tempo di ascolto del primo brano, perché i Tool riescono a trasportarci con disinvoltura in una dimensione onirica e cerebrale al tempo stesso, in cui il suono comanda con le sensazioni che riesce a trasmettere. E tutto il resto non conta più: viene inondato e sciacquato via da una marea di stimoli a base di alt metal, prog, art rock e psichedelia.

Si tratta di un album senz’altro fedele al nome e alla fama dei Tool, ma pur non apportando stravolgimenti blasfemi al loro sound mostra un cambiamento di rotta, una sorta di evoluzione-progressione verso nuovi lidi. E ci sono diversi indizi a dimostrarlo.

Cominciamo con il fatto che questo è il disco più lungo che la band abbia mai inciso: 85 minuti circa spalmati in sole sette tracce (la versione digitale comprende anche tre intermezzi non compresi nel CD). La più lunga – la conclusiva “7empest” – occupa 15’44’’, tutte le altre hanno durata variabile fra i 10 i 13 minuti abbondanti (solo una non arriva a 5: “Chocolate Chip”, che qualcuno ha già paragonato, per mood e sonorità, alle cose migliori dei Nine Inch Nails). In pratica ogni pezzo è una sorta di suite, un’opera a sé dal respiro molto prog, a tratti evocativo dello spirito da jam alla Grateful Dead – ma trasportato sul pianeta Tool, senza freakerie, magliette svarechinate e tutto l’armamentario hippie.
Poi ci sono i synth e le tastiere, che questa volta si fanno sentire in modo massiccio in tutti i brani: creano melodie, riempiono vuoti, danno profondità e atmosfera… insomma vengono utilizzate in modo da dare una sorprendente coloritura inedita al sound dei Tool.
Visto che siamo entrati in argomento (coi synth), è impossibile non notare come questo nuovo album abbia un suono molto digitale, modernissimo. Tutto è di una pulizia e una purezza cristallina: niente ronzio delle valvole degli ampli, niente rumori ambientali, niente sbavature… la precisione e la nitidezza sono chirurgiche (del resto il singolo-title track lo aveva pienamente anticipato).
Per finire con la presentazione degli indizi alla Corte e alla Giuria, resta da affrontare l’argomento melodia. Nonostante la lontananza estrema da lidi pop o commerciali, è innegabile che in Fear Inoculum” ci sia una vena che rende i brani paradossalmente “accessibili”, pur nella loro complessità e articolazione.

Come canta Keenan in “7empest”, “A tempest must be true to its nature / A tempest must be just that” (“Una tempesta deve essere fedele alla propria natura / Una tempesta deve solo essere una tempesta”, tradotto liberamente). E i Tool, come la tempesta, hanno fatto esattamente così. Perché era l’unica cosa da fare.
Il risultato è “Fear Inoculum”, un album denso che cresce con gli ascolti ripetuti. Ma anche un disco che colpisce al primo impatto, come un dardo dalla punta uncinata.

Bentornati.

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