«SUNSET KIDS - Jesse Malin» la recensione di Rockol

Il ritorno di Jesse Malin, con Lucinda Williams: "Sunset kids"

Nuovo album per il troubadour di New York con un passato hardcore e punk

Recensione del 02 set 2019 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Pare strano, ma capita più frequentemente di quanto possa sembrare. Mi riferisco a quando – almeno sulla carta – ogni cosa sembra essere al posto giusto perché un artista ti piaccia o ti sia affine, ma poi non scatta la scintilla. Nonostante, magari, reiterati tentativi nel corso degli anni.

Ecco, questa è un po’ la storia del mio rapporto con Jesse Malin, la cui parabola artistica sembrerebbe perfetta per venire incontro alle mie manie e gusti. Invece noi due non riusciamo a trovare il modo di conciliarci. Sia chiaro, Malin vive benissimo senza che io sia un suo fan e io – dal canto mio – tiro avanti per la mia strada. Eppure è buffo.

Partito dodicenne in una band considerata “seminale” per l’hardcore della Grande Mela (in realtà l’unico merito del gruppo fu quello di detenere il record di band con i componenti più giovani della scena, diciamolo), lo ritroviamo a fine Ottanta e per parte dei Novanta come frontman dei D-Generation, che univano glam rock e street punk e hanno avuto un quarto d’ora di fama in virtù di un look giustissimo, qualche buon aggancio a livello discografico e un sound che in quel momento andava per la maggiore.
Infine si gioca la carta da solista: quindi Malin imbraccia una chitarra e si mette a scrivere e cantare pezzi per conto proprio, facendo il proprio ingresso in quel campionato di singer-songwriter (come dicono negli USA) rock, ma non troppo, che raccontano storie e squadernano le proprie anime di fronte al pubblico. E il punk diviene un ricordo sbiadito.

Questo nuovo album, in pratica, è la summa di tutto il percorso da solista di Malin. E ciò nel bene e nel male.

Nel bene perché ci mostra un artista maturo, conscio delle proprie possibilità, capace di scrivere e interpretare buoni pezzi di American music – il famoso genere “americana” – che mischiano rock, country, blues, roots e pop. Anzi: più che mai Jesse sembra accarezzare un’ispirazione genuinamente modellata secondo gli insegnamenti di Neil Young, ma con tinte più brillanti – frutto di una produzione impeccabile, cristallina e molto calda, in cui le luci prevalgono sulle ombre. Per non parlare del fantasma di Tom Petty, che aleggia e volteggia divertito lungo tutto l’arco del disco, forse anche grazie alla band che accompagna Malin e che tratteggia un mood simile a quello degli Heartbreakers.

Nel male perché, a dispetto di quanto detto di positivo, sembra perpetuarsi una certa mancanza di mordente, oltre alla sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di troppo perfetto e rifinito. I pezzi sono ben congeniati, ma non lasciano il segno e hanno un respiro decisamente troppo “studiato”. Latitano un po' l’istinto e lo sporco – che non è necessariamente sinonimo di lordura e qualità sonora pessima… anzi. Jesse vorrebbe essere come un mix fra Tyla e Ryan Adams, ma finisce per somigliare – in troppi momenti, almeno – a un incrocio fra Springsteen e Bryan Adams.

Sicuramente il disco ha parecchi numeri per ottenere qualche buon risultato a livello di vendite ed esposizione. Ed è sicuramente l’obiettivo di Malin, che ha chiesto aiuto di un certo livello per realizzarlo (due nomi: Lucinda Williams, Billie Joe Armstrong) – probabilmente nell’ottica di (ri)provare a fare il famoso grande salto. O qualcosa del genere.

Lo scopriremo solo vivendo…

TRACKLIST

01. Meet Me at the End of the World Again (04:04)
02. Room 13 (03:56)
03. When You're Young (02:56)
04. Chemical Heart (02:31)
05. Promises (03:44)
06. Shining Down (03:14)
07. Shane (03:06)
08. Strangers & Thieves (03:16)
09. Revelations (02:44)
10. Gray Skies Look so Blue (02:47)
11. Do You Really Wanna Know (03:21)
12. Friends In Florida (04:35)
13. Dead On (03:34)
14. My Little Life (03:03)
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