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Recensioni / 06 lug 2019

Iggy Pop - ZOMBIE BIRDHOUSE - la recensione

La gabbia di zombie dell'Iguana

Ristampa per uno degli album meno considerati di Iggy Pop, specchio di un periodo "difficile" della sua carriera e della sua vita.

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Andrea Valentini
ZOMBIE BIRDHOUSE
Ims-Caroline Int. Li (CD)

È il 1982. Chris Stein dei Blondie, vedendo rapidamente scemare il successo planetario agguantato dalla band fra il 1979 e il 1981, decide di lanciarsi in una nuova impresa musicale. Fonda la Animal Records e si assicura un roster di artisti da leccarsi i baffi – ristretto, ma agguerritissimo. Tre nomi su tutti: Gun Club, Tav Falco e sua maestà Iggy Pop.

Iggy ha 35 anni, è reduce dalla fine del suo rapporto con la major Arista e si affida a una label indipendente, forse alla ricerca di una libertà creativa/espressiva che il music biz di alto livello non era in grado di concedergli (il precedente “Party” era un maldestro tentativo di riciclarsi nel mondo del pop o del rock socialmente accettabile…). In più non versa certo in ottime condizioni psicofisiche – le vecchie abitudini hanno preso nuovamente il sopravvento. Ed è così che, con un anticipo di 50.000 dollari in tasca, sborsato da Stein, entra in studio. Con lui l’amico chitarrista Rob Duprey, Stein stesso che si presta al ruolo di bassista e Clem Burke dei Blondie alla batteria.

Il risultato è questo “Zombie Birdhouse”, un album che nel corpus discografico osterbergiano (l’Iguana all’anagrafe è registrato come James Newell Osterberg Jr.) spesso – per non dire sempre – è oggetto di una sorta di rimozione. Come se si trattasse di un oggetto estraneo, poco categorizzabile e un po’ imbarazzante. In effetti, è così… perché è un lavoro in cui regna una palese confusione. Iggy scoperchia il Vaso di Pandora, lascia fluire liberamente tutto ciò che conteneva e non è in grado di organizzare il materiale in maniera solida. In più, chi lavora con lui è vittima di una sorta di timore reverenziale, per cui nessuno riesce (o ha il coraggio di farlo) a prendere in mano il timone e guidare il processo.

“Zombie Birdhouse” è la colonna sonora di un’anima che si sta cercando, senza però sapere dove andare a frugare… e non è facile entrare in sintonia con una simile proposta musicale. Tant’è che questo è, forse, l’unico disco di Iggy in cui non è contenuto un singolone, un pezzo di quelli da mettere fissi in scaletta durante i live. Ma, col senno di poi, è un lavoro interessante: certo non è consigliato per avvicinarsi all’artista, eppure rappresenta un approfondimento, un livello di conoscenza ulteriore della poetica e dell’anima dell’Iguana, immortalato in un momento di confusione – che sarebbe culminato, al termine delle session in studio, in un allucinante viaggio ad Haiti, a base di rituali voodoo, polverine magiche, storie di zombie e Tonton Macoute (peraltro evocate dalla copertina e dal titolo dell’album). Ma questa è un'altra storia...

Questa ristampa è arricchita dall’inserimento di un brano intitolato “Pain and Suffering” che vede la partecipazione di Debbie Harry; il pezzo fu registrato per la colonna sonora del film d’animazione “Rock & Rule”, in cui Iggy prestava la propria voce a un personaggio. Un’aggiunta curiosa – ma al limite del superfluo, a onor del vero.

PS: interessante che questa ristampa esca a ridosso di "The Dead Don't Die", il film a tematica zombie diretto da Jim Jarmusch in cui Iggy ha un ruolo... nella parte di uno zombie, ovviamente!

TRACKLIST

01. Run Like A Villain - (03:05)
02. The Villagers - (03:54)
03. Angry Hills - (03:01)
04. Life Of Work - (03:57)
05. The Ballad Of Cookie McBride - (03:00)
06. Ordinary Bummer - (02:44)
07. Eat Or Be Eaten - (03:16)
08. Bulldozer - (02:19)
09. Platonic - (02:42)
10. The Horse Song - (02:54)
11. Watching The News - (04:13)
12. Street Crazies - (03:59)
13. Pain And Suffering - (02:58)