«RATTLESNAKE - Strumbellas» la recensione di Rockol

Scacciare la malinconia con il ritmo delle percussioni, gli Strumbellas lo fanno con "Rattlesnake"

"Rattlesnake", tutto l'ottimismo neo folk degli Strumbellas

Recensione del 10 apr 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Qualcuno ha nascosto un serpente sotto il letto, ma non c’è molto di cui preoccuparsi. Le paure e gli affanni che l’infido animale rappresenta sono condizioni di cui gli Strumbellas nel nuovo “Rattlesnake” preferiscono fare volentieri a meno. Reduci dalla fortuna planetaria avuta del 2016 con “Spirits” (tre dischi di platino in Italia), i menestrelli canadesi hanno deciso di mettere da parte la spontanea malinconia del loro animo folk per raccontare di una fase compositiva differente, in cui, pur se con qualche strascico di una certa esigenza di introspezione mai del tutto sopita, si fa largo un sentimento ben più positivo e carico di buone speranze.

Il sestetto di Toronto guidato dal cantante e principale autore dei brani Simon Ward, con l’usuale registro di atmosfere country-roots americane a base di violini, percussioni e melodie immediate fatte di battimani e larghi ritornelli da cantare in coro, offre, se possibile, un lato ancora più orecchiabile e spensierato della propria produzione, con un album semplice e diretto che punta dritto ai palchi dei grossi festival internazionali. La direzione è quella dettata dall’energia felicemente pop del singolo "Salvation", mettendo sul piatto tutta la spigliata essenza di un gruppo che si smarca dai quotidiani malumori di questo tempo per cantare della grande bellezza dell’esistenza a suon di ostentata euforia.

Le sonorità di “Rattlesnake” sono al solito un generoso concentrato di brani uptempo dalla spiccata attitudine radiofonica efficacemente rodata degli Strumbellas - composti, oltre al già citato Ward, anche da Isabel Ritchie agli archi, David Ritter alle tastiere, Jon Hembrey alla chitarra, Darryl James al basso e Jeremy Drury alle percussioni. Si susseguono così, in rapida successione, canzoni scandite al ritmo dei cimbalini, leggere, se non leggerissime, da “I’ll wait” a “High”, passando per l’atmosfera di gioiosa allegria di “One hand up” con quel suo incedere da festona di paese dove tutti - ma proprio tutti - sembrano divertirsi tantissimo, senza eccezione alcuna.

Interpretando le istanze più scanzonate delle proprie radici nordamericane, la band riprende e rielabora, più nella voglia di ottimismo dei testi che nella grana generale delle nove tracce che compongono il disco, quella collaudata espressione di revival neofolk che dai Mumford & Sons ai Fleet Foxes, ha dato spazio tra le sue fila a nomi finiti presto nel ciclone dell’alta rotazione come Lumineers, Of Monsters and Men e gli Strumbellas stessi.

In realtà nel nuovo lavoro, Ward e soci non risolvono del tutto i loro contrasti perché dietro questa patina di ostentata vivacità sembrano esserci nascosti vecchi e nuovi turbamenti umani. Appena percettibili in “Running scared”, ma ben più visibili nelle dinamiche di “We all need someone” e soprattutto nell’accorata “The party”, dove l’usuale baldoria lascia il posto ai pensieri incerti di un cuore spezzato. In chiusura, la formazione si concede infine un momento di riflessione con la conclusiva ballata “All my life”, lasciando così scoperte quelle sensazioni agrodolci che i sei hanno voluto tenere a distanza in tutto l’album. Paradossalmente, con la sua sbandierata armonia, la comitiva degli Strumbellas preferisce rallegrarsi di tanta estroversa convivialità finendo per perdersi gran parte del divertimento.

TRACKLIST

01. Salvation (03:23)
02. I’ll Wait (02:56)
03. One Hand Up (03:30)
04. Running Scared (Desert Song) (03:48)
05. We All Need Someone (03:35)
06. We Were Young (03:09)
07. The Party (04:08)
08. High (03:21)
09. All My Life (04:08)
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