«CALIFORNIA SON - Morrissey» la recensione di Rockol

I miti di Morrissey in "California son"

Il cantante più inglese che c'è dedica un disco ai suo idoli americani, con scelte particolari. Il risultato? La sua prova migliore da tempo.

Recensione del 24 mag 2019 a cura di Redazione

La recensione

Diavolo d'un Morrissey, ci ha fregato di nuovo. No questa volta la fregatura è positiva: non ha annullato un concerto all'ultimo, o fatto qualche sparata nazionalista. No questa volta ha semplicemente fatto un bel disco, con una bella idea.

Uno dei temi di questi tempi è la possibilità e la capacità di separare le opere dagli autori. Il tema è assai più complesso di quanto certe polemiche e scandali recenti ci spingono a pensare: ne rifelettevano già negli anni '60 e '79 Eco e Barthes (che teorizzava la "morte dell'autore"). Ecco, Morrissey è un caso paradimagtico del fatto che le biografie certe volte andrebbero lasciate da parte - anche perché in questo caso si tratta di polemiche tutto sommato innocue rispetto alle accuse ben più pesanti in cui sono incorsi altri colleghi: qua trovate al proposito una bella riflessione del collega Gianni Santoro, che a ragione sostiene che "California son" potrebbe essere il disco che riavvicina molti fan al cantante.

E' un disco di cover, sì, e ne abbiamo visti tanti. Ma è tutt'altro che banale: per la scelta degli artisti, esplicitati fin dal titolo, e per la scelta delle canzoni: non c'è un classico, non c'è un brano noto. Ci sono Joni Mitchell e Dylan, per dire, ma con brani minori come " Don’t Interrupt The Sorrow" e "Only a Pawn In Their Game". Il resto sono grandi artisti per lo più dimenticati: Phil Ochs, Buffy St. Marie, Tim Hardin.
E poi ci sono ospiti e arrangiamenti: "It's over" riscopre Roy Orbison con LP: è stato il primo singolo, riportando un po' di attenzione su un grande dimenticato (di cui si parlerà fortunatamente ancora nei prossimi tempi perché è una delle influenze principali del nuovo album di Bruce Springsteen, "Western Stars"), c'è persino Billie Joe Armstrong dei Green Day, quasi irroconoscibile in "Wedding day blues" dei Fitfh Dimension. 

Funziona tutto alla perfezione, o quasi: canzoni brevi, in cui Morrissey esplicita ancora di più la sua anima pop d'annata (sempre presente, tra melodie e copertine, fin dai tempi degli Smiths). Gli arrangiamenti che tendono un po' al lezioso, ma questa è sempre stata una delle sue cifre. Si sente che Morrissey sente le canzoni, per usare un gioco di parole, e sta lontano anche dai suoi cavalli di battaglia e polemica più divisivi.

Insomma: questa volta l'opera è buona, e l'autore - anzi, l'interprete - in queste canzoni non crea conflitti o non induce a dubbi. Basta non leggere le sue sparate e ascoltare la musica, e nessuno si farà male...

 

TRACKLIST
1. Morning Starship (Jobriath) con Ed Droste dei Grizzly Bear
2. Don’t Interrupt The Sorrow (Joni Mitchell) con Ariel Engle dei Broken Social Scene
3. Only a Pawn In Their Game (Bob Dylan) con Petra Haden
4. Suffer the Little Children (Buffy St Marie)
5. Days dei Decision (Phil Ochs) con Sameer Gadhia dei Young The Giant
6. It’s Over (Roy Orbison) con LP
7. Wedding Bell Blues (Fifth Dimension) con Billie Joe Armstrong dei Green Day & Lydia Night dei The Regrettes
8. Loneliness Remembers What Happiness Forgets (Dionne Warwick)
9. Lady Willpower (Gary Puckett)
10. When You Close Your Eyes (Carly Simon) con Petra Haden
11. Lenny’s Tune (Tim Hardin)
12. Some Say I Got Devil (Melanie)

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