«IS THERE ANYBODY OUT THERE? THE WALL LIVE - Pink Floyd» la recensione di Rockol

Pink Floyd - IS THERE ANYBODY OUT THERE? THE WALL LIVE - la recensione

Recensione del 30 mar 2000

La recensione

E’ successo quello che doveva succedere. Sono anni che legioni di fans dei Floyd si mordono le mani pensando a come doveva essere il live di “The wall”, l’album più ambizioso della carriera del gruppo, nato da un momento di profonda frustrazione e autoanalisi da parte di colui che del gruppo era, a quel tempo, il leader indiscusso, Roger Waters. 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo, un doppio album con un enorme muro di mattoni bianchi in copertina, muro riprodotto tale e quale sul palco nel corso dei 28 concerti durante i quali è stato eseguito interamente, montato durante la prima parte da una squadra di 44 operai, che aveva un bel daffare nel tirare su 420 finti mattoni per creare THEWALL, creatura alta 10 metri e lunga 50. Dietro quel muro i Floyd consumavano la seconda parte dello show, lasciando il ruolo di protagonisti agli orrifici pupazzi semovibili di Gerald Scarfe, salvo fare rare sortite da un buco del muro (“Goodbye cruel world”) o sprigionare potenza in assoli vertiginosi (“Comfortably numb”). Un muro che alla fine del concerto crollava giù restituendo i Floyd al pubblico cui loro stessi si erano sottratti per gran parte del tempo. Il tutto mentre le canzoni ripercorrevano le tappe di un’alienazione progressiva; quella che riguarda il musicista famoso chiuso nella sua gabbia dorata, sempre più distante dalla vita reale, assolutamente spaventato da contatti veri con il prossimo. Ma nel racconto sono presenti altri elementi, in caso di fare breccia nell’immaginario del pubblico – l’inadeguatezza del sistema scolastico – racchiusa nell’anthem WE DON’T NEED NO EDUCATION -, la massificazione delle giovani coscienze, il fantasma della guerra mondiale con i suoi infiniti lutti (il padre di Waters è morto durante lo sbarco degli alleati ad Anzio, in Italia), la mancanza di figure di riferimento in grado di comprendere la natura delle nuove generazioni: l’alienazione del protagonista riflette anche, in modo più laico e geniale, l’isolamento che si prova in una fase dell’adolescenza, quando si pensa che nessuno sia in grado di capire e consolare i propri problemi. Questo spiega forse il grande successo di questo album, le migliaia di rappresentazioni e recite scolastiche per le quali, quasi quotidianamente, Roger Waters viene contattato affinché dia il suo benestare, segno rivelatore di un album che, per quanto claustrofobico e angosciante, non smette di esercitare fascino e suscitare processi di identificazione.
Detto ciò, eccoci al disco: al di là della panzana degli inediti, che sono due ma di talmente poco conto da non meritare quasi attenzione – uno, “What shall we do now?”, è un brano di poco più di un minuto, l’altro, “The last few bricks”, un medley strumentale di tre pezzi che fanno parte del disco, e ha l’unico scopo di dare ai tecnici il tempo necessario per finire di montare il muro – c’è da dire che le registrazioni, selezionate tra i nastri relativi a sette concerti, mettono in evidenza tutta la grandiosità del progetto, mentre sono le foto contenute nel booklet a fornire immagini eloquenti di quella che doveva essere una straordinaria sensazione di schiacciamento, resa ancora più grandiosa dalla musica rock più splendidamente paranoica mai scritta. L’inizio di “The wall” non è molto diverso da quello che, quasi 10 anni dopo, gli U2 faranno, anche loro con forte verve parodistica, con l’inizio roboante dello Zoo TV, un qualcosa in cui musica e immagine sprigionano una potenza seduttiva di segno totalitario e totalizzante, una via di mezzo tra una parata di Norimberga e un rapporto sadomasochistico di massa. Ed è stato forse nel sapere evidenziare bene questo meccanismo che “The wall” trova uno dei suoi principali meriti: l’aver illustrato alla massa proprio quanto è massa, per chi la guarda da sopra un palco, costringendola ad accettare l’idea. Da nessuna parte come in “The wall” è stato messo in scena così drammaticamente e felicemente il rapporto tra disprezzo, ammirazione, idolatria, seduzione; ascoltate il boato della folla in “In the flesh?”, ripensate alle immagini da parata nazista del film “The wall”, con Bob Geldof in tenuta nazista e rabbrividite: manca, certo, l’aspetto giocoso del concerto in questa visione, l’idea dello show divertente, una percezione ‘leggera’ del rock’n’roll. Ma non erano da tempo più quelli i sentimenti dei Floyd, alla fine degli anni ’70, se è vero che “The wall” nasce come un click successivo ad uno sputo in faccia di Waters ad un fan particolarmente vivace. Così, nel Muro, l’autoanalisi di Waters diventa collettiva, e costruisce una pagina di grande rock. Macabro e totalitarista, violento e paranoico, il muro dei Floyd è l’icona sulla quale, da subito, legioni di fans del rock hanno proiettato le proprie paure e le proprie ombre. E, proprio come un’icona, a vent’anni di distanza continua ad irradiare tutto il suo fascino.
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