«PHOENIX - Pedro The Lion» la recensione di Rockol

Il ritorno dei Pedro The Lion

Dopo un lungo silenzio discografico, ecco il nuovo lavoro della indie band capitanata da David Bazan

Recensione del 21 gen 2019 a cura di Daria Croce

La recensione

La prima bicicletta non si scorda mai. Il batticuore nel riceverla, la sensazione magica e vittoriosa della pedalata su due ruote, il sapore della libertà e il sentirsi un po’ più grandi girovagando da soli per il quartiere sono ricordi che riaffiorano all’istante ascoltando “Yellow Bike”, seconda traccia di “Phoenix”.

Il ritorno dei Pedro The Lion, sciolti nel 2006 per volere del leader David Bazan e riformati nel 2017 per una serie di live, è una sorpresa che apre questo nuovo anno con un album che suona più come una ricostruzione che non come un revival.

“Phoenix” arriva, infatti, dopo un lungo silenzio della band indie rock di Seattle, il cui ultimo lavoro in studio risale al 2004 (“Achilles Heel”). Bazan, dopo aver percorso i suoi sentieri da solista, ha avvertito la necessità di un ritorno alle origini, con la maturità di chi si è guardato dentro facendo i conti con il proprio passato.

I testi, retrospettivi e introspettivi, raccontano in prima persona l’infanzia di Bazan, cresciuto in una famiglia fortemente religiosa. L’educazione cristiana ha segnato in maniera indelebile la sua vita, sebbene - ancora nel corso di un’intervista del 2016 - lui stesso abbia ammesso di essersi allontanato dalla religione, pur riconoscendo l’importanza di certe tradizioni.

Tra i brani più significativi, la già citata “Yellow Bike” e "Quietest Friend" (di entrambi sono stati realizzati i video), in cui Bazan fronteggia un se stesso più giovane, scusandosi per averlo in qualche modo tradito, permettendo ai genitori e alle persone che lo circondavano di plasmare la sua persona.
Ora Bazan è finalmente libero di capire chi è, che cosa vuole e dove vuole andare: e “Phoenix”, in questo senso, sprigiona questo potere liberatorio.

Numerosi sono i rimandi alla Bibbia e ai momenti di preghiera con la famiglia, da “Piano Bench” (I fedeli erano in ginocchio, adoranti / Mamma cantava e ondeggiava / Papà suonava il piano) ad “All Seeing Eye” (con un riferimento al racconto biblico di Samuele).
Altrettanto forti sono le immagini con cui Bazan mette in discussione determinati valori, sottolineandone l’incompatibilità con la sua vera natura, come in “Powerful Taboo” (Se senti delle buone vibrazioni / Cercheranno di dirti che sei in pericolo di cadere in tentazione / È il patto col Diavolo per cui se vuoi salvare la tua anima dall’inferno / devi ignorare i tuoi sensi, estraniarti da te stesso) e in “Model Homes” (Sogniamo sempre in grande / Andiamo ancora a vedere qualche casa modello / Stanchi di dove viviamo / Nella speranza che non sia una questione di “se”, ma di “quando”).

Bazan si mette a nudo in maniera toccante ma senza drammi, evitando la reazione da lacrima facile anche grazie alle sonorità del disco, più poderose rispetto al passato.  
I Pedro The Lion hanno ritrovato una nuova energia e il risultato è l’album più vigoroso della loro produzione. Libero dagli schemi e dagli scheletri del passato, David Bazan è salito nuovamente sulla sua bicicletta gialla e ha ricominciato a pedalare a gran forza, “first freedom, second life”.

TRACKLIST

01. Sunrise (01:01)
02. Yellow Bike (03:53)
03. Clean Up (02:48)
04. Powerful Taboo (03:24)
05. Model Homes (03:21)
06. Piano Bench (01:38)
07. Circle K (03:34)
08. Quietest Friend (04:22)
09. Tracing the Grid (03:15)
10. Black Canyon (05:23)
11. My Phoenix (03:24)
12. All Seeing Eye (02:42)
13. Leaving the Valley (06:09)
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