«YAWN - Billy Ryder-Jones» la recensione di Rockol

Bill Ryder-Jones, il lungo sbadiglio sulla vita e la morte di "Yawn"

Il nuovo album, intimo e riflessivo, dell'ex chitarrista dei The Coral

Recensione del 20 gen 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Uno sbadiglio, di quelli per prendersi tempo e ossigeno necessari per mettere ordine tra i pensieri. Bill Ryder-Jones, ex chitarrista dei The Coral e ormai da quasi un decennio artista in proprio, con spirito beffardo, di queste profonde considerazioni ne ha fatto un album che ha davvero preso corpo in un lungo e poderoso sospiro: “Yawn”, appunto.

Il percorso costruito tassello dopo tassello dal musicista inglese è quello di un cantautorato dalla vocazione introspettiva, piuttosto distante dalla luce dei riflettori eppure sempre ricchissimo di sfumature tutt’altro che banali. Per l’esordio solista ha scelto, con lo strumentale “If”, di dare una colonna sonora a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino e, nel tempo, ha consolidato uno stile raffinato fatto di progressioni lente contrapposte a lunghi feedback dissonanti. In questo nuovo lavoro il trentacinquenne Bill ha ricomposto i fili del suo vissuto attraverso una sequenza di canzoni smussate fino all’osso, aggiungendo a un assetto elementare di voce, chitarra, basso e batteria le incursioni di un violoncello a dare ulteriore enfasi a una scrittura malinconica e stratificata. 

In “Yawn” emerge, se possibile, un lato ancora più meditabondo di Ryder-Jones, che qui riduce tutto allo stretto essenziale per dare un volto ai suoi fantasmi e ricomporre così i propri cocci esistenziali. Ponendo l’accento su circostanze spiacevoli che hanno lasciato grosse cicatrici, dalle tracce del disco emergono molti di quei flashback capaci di riportare le lancette indietro negli anni. Che sia la foto di copertina dedicata al fratello maggiore Daniel, scomparso quando Bill era solo un ragazzino, o il senso di perdita espresso in “John” e la sentita dedica alla madre di “Mither”, fino al delicato romanticismo di “Don’t be scared, I love you”, il mondo interiore dell’accorato artista esce allo scoperto tra i chiaroscuri di una sintomatica irrequietezza di fondo.

Registrato quasi in solitaria nel proprio studio di West Kirby, nei pressi di Liverpool, l’album appare come la lettura di un diario privato, in cui si ritrovano testi molto personali, cantati in modo quasi sussurrato e in contrasto con l’uggia esplosiva di lunghe code strumentali. C’è un sentimento costante di sconfitta e rimpianto per non aver fatto abbastanza, trattando temi complessi come famiglia, morte, solitudine e bisogno di affetto sempre con candore disarmante, come se si stesse liberando dei propri tormenti in compagnia di un caro amico. “Avevo bisogno di farlo” è il messaggio con cui Bill Ryder-Jones ha accompagnato l’uscita dell’album, e a questa necessità di autoanalisi si accompagna un tocco melodico sorprendentemente leggero e a tratti confidenziale. Le sue parole sono oneste e smaliziate, capaci di passare da registri diversi in poche battute: "Ricordo cosa facemmo e quando / E l'odore del tuo respiro / E anche tutti i nomi dei tuoi amici teste di cazzo" - canta in "Time will be the only savior”.

C’è molto di quei riferimenti tracciati da Nick Drake, così come gli ombrosi passaggi di Syd Barrett solista e quelli del Beck meditativo di “Sea Change”, ma anche una certa affinità con il lato più oscuro di Wilco e Fleet Foxes, fatta di una musicalità ricca di slanci improvvisi e di commovente sincerità. Non c’è disperazione, bensì l’accettazione di una realtà a tratti spietata. “Yawn” è un disco che fin dal suo stesso titolo evoca un’atmosfera notturna, quella ideale per lasciarsi andare alle proprie riflessioni, capace di creare una connessione diretta tra autore, musica e ascoltatore. “Happy song”, in chiusura, è una dichiarazione di resa incondizionata - “Just another happy song for people who were happy once” - prima di liberarsi in un improvviso scompiglio elettrico. Tra spiritualità folk, lancinanti fughe post rock e un impulso decisamente autunnale, Bill Ryder-Jones nel suo singolare eclettismo, va in cerca di comprensione, spiegando che in fondo si può avere una grande fortuna a raccontare di essere tristi.

 

TRACKLIST

01. There's Something On Your Mind (05:04)
02. Time Will Be The Only Saviour (05:53)
03. Recover (03:36)
04. Mither (06:09)
05. And Then There's You (04:35)
06. There Are Worse Things I Could Do (05:18)
07. Don't Be Scared, I Love You (04:18)
08. John (04:38)
09. No One's Trying To Kill You (06:23)
10. Happy Song (06:39)
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