«A BRIEF INQUIRY INTO ONLINE RELATIONSHIPS - 1975» la recensione di Rockol

Il terzo album del gruppo britannico, tra progresso, relazioni online e alzate di pollice

1975, il pop moderno e sfacciato del terzo millennio: "A Brief Inquiry Into Online Relationships"

Recensione del 13 dic 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Si potrebbe provare a unire i puntini in copertina per vedere che cosa esce fuori. E non ci sarebbe comunque una soluzione logica. Il nuovo “A Brief Inquiry into Online Relationships” degli inglesi 1975 è quanto di più scombinato, sfacciato e ambizioso la band di Manchester abbia realizzato finora nella sua veloce ascesa al grande successo e, per questo, spiazzante e persino irresistibile.

Matthew Healy e soci hanno, ancora una volta, buttato nella mischia tutto ciò che gli è girato intorno, senza prendere per forza una direzione univoca. Da un lavoro così bizzarro poi, testate autorevoli come Pitchfork hanno eletto “Love it if we made it” miglior canzone di questo 2018 ormai agli sgoccioli. Provocatoria come scelta, ma anche indicativa di quanto il gruppo sia abile nel rimescolare con randomica noncuranza segnali provenienti da ogni dove per farne un album che si diverte a zigzagare da un genere all’altro come in una imprevedibile playlist.

Mettere insieme cultura e controcultura in un pastiche di vita reale e virtuale, con una sequela disordinata di trend topic e argomenti che favoriscono le alzate di pollice dei millennial, è il modo che i ragazzi utilizzano per raccontare la turbolenta realtà di giovani dell’alta borghesia di Sua Maestà. Masturbazione, immigrazione, relazioni online, consumismo, diffusione delle armi da fuoco, surriscaldamento globale, crisi di valori, droghe e quant’altro viene risucchiato nei versi dei The 1975 con una irritante leggerezza che somiglia a superficialità. Temi come la brutalità della polizia, la vita del carcere, l’abuso di oppioidi, la morte si trasformano qui in sentenze ad effetto, non proprio ricche di particolare inventiva, ma lanciate sempre con l’esuberanza di chi si dimostra tanto audace da provare a elevare il proprio mondo sregolato a inno generazionale. "La modernità ci ha deluso", “Gesù ci ha salvati” e "Rest in peace Lil Peep" cantano sbattendo in faccia al pubblico la propria incontrollata stilosità.

Nel disco si susseguono umori e influenze disparate, esasperando quella tendenza del quartetto ad apparire sempre e comunque eclettico. Pop, funk, new wave ed elettronica riproposti in una completa libertà dove mondi distanti come quelli di Belinda Carlisle e dei Radiohead si incontrano secondo le logiche dettate dell’ego esuberante del frontman. “Give yourself a try” strizza l’occhio ai Joy Division e a un certo college rock - “When your vinyl and your coffee collection is a sign of the times” - e sembra volersi scontrare apertamente con il vocoder in odore di trap utilizzato a piene mani in “I like America & America likes me”. In un'epoca di rapporti esistenziali via web, il quartetto britannico indica quindi una sua futuribile strada alternativa che non intende rinunciare a niente e decide perciò di provare ogni possibile direzione offerta dall’era sempre più spersonalizzante del progresso tecnologico. Così la storia di @SnowflakeSmasher86, narrata con voce senz’anima nella surreale vicenda di “The man who married a robot”, in cui il citato avventore della rete sposa nientemeno che Internet stesso, l’unico elemento che possa renderlo davvero felice.

Alti e bassi di un album che flirta volentieri nel kitsch per apparire del tutto coeso. Si accosta la dance di “TOOTIMETOOTIMETOOTIME” alle più classiche ballate sentimentali dal sapore agrodolce di “Be my mistake” e “It’s not living (If it’s not with you)” per continuare ancora sui beat digitali di “How to draw/Petrichor” e il soul bianco di “Sincerity is scary”, in una continua partenza e ripartenza. Finisce per rallentare inevitabilmente il ritmo, specie nella seconda parte, quando smesse le dinamiche più furbe, si fanno largo i passaggi felpati di “Mine” o di “I couldn’t be more in love” fino alla conclusiva e beffarda “I always wanna die (Sometimes)”. In studio però è rimasto dell’altro, perché è stato già annunciato per il prossimo marzo l’uscita del successivo “Notes On A Conditional Form”, secondo capitolo di un progetto più esteso intitolato “Music For Cars”.

Non c’è qui alcun tentativo di mettere equilibrio tra le parti, ma anzi, Healy e i suoi provano a spingere ancora oltre il proprio impulso di modernità senza limiti. Il disco che indaga brevemente sulle relazioni online trasmette in questo modo l’immagine di un gruppo di evoluti teen idol (se possibile) ancora più concentrati su emozioni più o meno disinvolte, avventure maledette di dipendenze e rehab e, più in generale, su una ricerca di forma, ancora prima della sostanza. Plastica sbrilluccicosa, insomma, quella offerta dai 1975, che riveste a colpi di appeal una quotidianità che fatica a sentirsi vitale e che prova a nascondere i sintomi di un’apatia ormai diffusa. Una visione, questa, che interpreta il disagio nel nostro tempo probabilmente molto più avanti di chiunque altro.

TRACKLIST

01. The 1975 (01:34)
02. Give Yourself A Try (03:16)
03. TOOTIMETOOTIMETOOTIME (03:27)
04. How To Draw / Petrichor (05:49)
05. Love It If We Made It (04:12)
06. Be My Mistake (04:16)
07. Sincerity Is Scary (03:45)
08. I Like America & America Likes Me (03:26)
09. The Man Who Married A Robot / Love Theme (03:33)
10. Inside Your Mind (03:50)
11. It's Not Living (If It's Not With You) (04:08)
12. Surrounded By Heads And Bodies (03:56)
13. Mine (04:06)
14. I Couldn't Be More In Love (03:51)
15. I Always Wanna Die (Sometimes) (05:14)
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