«AMERICAN BEAUTY (SOUNDTRACK) - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - AMERICAN BEAUTY (SOUNDTRACK) - la recensione

Recensione del 26 mar 2000

La recensione

Cosa hanno in comune Eels, Elliott Smith, Bobby Darin e The Who? Semplice: fanno parte della colonna sonora di uno dei film più acclamati: “American Beauty”. Un mix di canzoni vecchie e nuove, di stili più disparati che accompagnano la celebre pellicola. Anche se non tutti i brani che sentirete nel film sono presenti in questo album. Ad aprire e chiudere il sipario, due composizioni firmate da Thomas Newman che ha avuto il compito di scrivere le musiche per il film di Sam Mendes. Troverete infatti sugli scaffali anche un altro cd tratto da “American Beauty”, che contiene solamente i brani di Newman. Questo cd, invece, è una sorta di compilation un po’ confusa, che offre comunque spunti interessanti. Ottima la versione di una canzone dei Beatles, “Because”, interpretata (pressoché fedelmente) dall’eccentrico compositore Mister Elliott Smith. Non manca la nuova tradizione folk americana, con uno sguardo al pop, con “Free to go” dei Folk Implosion, una delle canzoni che meglio rappresenta il gruppo. Presente anche il classico rock “all’americana”, stile “Footloose” per intenderci, quello dei Free con “ All Right Now”. Un genere di cui si è un po’ troppo abusato. Per chi ama le sonorità jazz degli anni Quaranta e Cinquanta arriva in soccorso Peggy Lee (con l’esotica “Bali ha’i”) per proseguire con Betty Carter che ci riporta nelle atmosfere da night club americano. E se amate lo stile di Frank Sinatra, rifatevi le orecchie con un classico: “Don’t Parade on the Rain” dello sfortunato Bobby Darin (famoso negli anni sessanta, morì neanche 40enne). Un vero pastone, insomma, questa colonna sonora. Sicuramente adeguata ad accompagnare il film, un po’ meno da ascoltare nel lettore cd. Non ci si può immergere nel buio profondo degli Eels con “Cancer for the Cure”, proseguire con il rock da palco degli Who per poi fischiettare, poco dopo, come se nulla fosse insieme a Bob Darin. Troppi salti generazionali, troppi messaggi diversi. Che vanno bene per la pellicola di Sam Mendes, un po’ meno per le nostre orecchie.
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