Recensioni / 05 nov 2018

Bob Dylan - MORE BLOOD, MORE TRACKS - THE BOOTLEG SERIES VOL. 14 - la recensione

Le leggendarie "New York sessions" di Dylan in "More blood, more tracks" in 6 CD

"Blood on the tracks" di Bob Dylan viene rivelato nel nuovo capitolo delle Bootleg Series: le leggendarie "New York sessions" del '74, 6 CD con versioni multiple di ogni canzone, per il dietro le quinte di un capolavoro

Voto Rockol: 5.0/5
Recensione di Gianni Sibilla
MORE BLOOD, MORE TRACKS - THE BOOTLEG SERIES VOL. 14
SonyMusic (6 x CD)

Il 16 settembre del ’74 Bob Dylan entra in studio di registrazione per incidere un nuovo disco: “Blood on the tracks”, uno dei suoi capolavori - se non IL capolavoro - uscirà il 20 gennaio del 1975. Dylan ha in tasca taccuini con un manciata di canzoni già scritte e ha le idee chiare: sa che quei brani richiedono semplicità per esprimere la loro forza. Niente rock, niente artifici, niente voce impostata. 
Ma quello che succede in quei 4 mesi, tra il primo dei 4 giorni in studio a New York e l’uscita del disco, è leggenda. A disco finito e stampato, Dylan cambia idea e torna in studio a Minneapolis, due giorni dopo Natale, con una band di musicisti locali: lì reincide 5 brani, sostituendoli nella versione finita. Nel frattempo però il “test pressing” con le altre versioni era già stata diffuso - ed era finito nelle mani dei bootlegger e dei collezionisti. 
Le New York Sessions del ’74 sono  l’oggetto del desiderio  “che tutti i fan di Dylan stavano aspettando”: non esagerano le note di copertina di questo stupendo box di sei CD, che finalmente racconta quella storia in ogni dettaglio.

Nel 1974 Bob Dylan ha già cambiato pelle troppe volte per essere inquadrato da fan e critica: il “menestrello” folk dei primi anni ’60, il “giuda” elettrico del ’65-’66 che abiura l’acustica per il rock, il cantante country che spiazza tutti guardando il “Nashville skyline” e quello che prova a dipingere un “self portrait” con voce bassa e irriconoscibile. E’ appena tornato ad suonare con The Band, incidendo, “Planet waves” ed un album live: escono per la Asylum di David Geffen ed è la prima volta che esce qualcosa di suo che per un’etichetta che non è la Columbia.
Quel settembre del '74 Dylan entra nei leggendari Studi A della Columbia, dove ha inciso altri capolavori: ora si chiamano Studi A&R, li gestisce Phil Ramone, che farà da ingegnere del suono per 4 giorni. Da solo inizia con “If you see her say hello”, voce e chitarra: è una versione già perfetta, di quelle che farebbe la fortuna della carriera del 99,9% di ogni cantante. Ma Dylan non è soddisfatto. Le canzoni ci sono, non è alla ricerca del suono, come nel periodo ’65-’66 in cui ogni “take” era un’esplorazione della forma da dare al brano. E’ alla ricerca della forma espressiva per far sì che quelle parole abbiamo la stessa forza di quelle del poeta italiano del 13° secolo citato in “Tangled up in blue”: 

And everyone of them words rang true
And glowed like burnin' coal
Pourin' off of every page like it was written in my soul
From me to you
Tangled up in blue

Chi ha mai ascoltato con attenzione “Blood on the tracks” - in qualsiasi momento della propria vita -  sa che l’effetto delle canzoni è quello: quelle parole, la voce di Dylan ti marchiano a fuoco.  Dylan racconta di storie d’amori finite, di relazioni complicate: semplificando, verranno lette come riflessioni autobiografiche sulla incombente fine del suo matrimonio; lui invece racconterà di avere scritto ispirandosi ai racconti di Chekov.

Per arrivare a quella forza, in 4 giorni, Dylan proverà diverse strade. Assolderà anche una band, che licenzierà dopo poche ore, tenendo con sé solo il bassista Tony Brown. Ognuna delle registrazioni di quei 4 giorni, ogni diversa “take” è inclusa qua: sia quelle già uscite in maniera illegale nei bootleg del periodo, sia quelle pubblicate a spizzichi e bocconi in raccolte varie negli anni, sia quelle mai sentite: 82 canzoni, qualcuno è solo uno spezzone, tutte le altre sono complete e una più bella dell’altra, in ogni forma.
Dylan arriva rapidamente alle “Master take”: di “Shelter from the storm” Dylan incide solo 3 versioni e mezza: l’ultima è perfetta. Ma anche le versioni intermedie sono da brividi: per citarne alcune, quella con la band di “Simple twist of fate”, per non parlare della versione “solo” della storia western di “Lily, Rosemary and the jack of hearts” o di “Idiot wind”, che non perde nulla della sua forza dirompente anche senza la band che accompagnò Dylan a Minneapolis nella versione finale.

I 6 CD si chiudono proprio con le 5 canzoni delle sessioni di Minneapolis poi finite nella versione di BoTT passata agli annali: di quei due giorni invece non c’è traccia del resto.  Ma tutto è stato riportato alla forma originale: Ramone aggiunse riverbero alle registrazioni, definendo il suono del disco, e Dylan chiese di accelerare la velocità del master del 2-3%, per dare più forza alle canzoni. Tutti questi effetti sono stati tolti.

Lo sappiamo, sono dettagli da nerd della musica. E infatti è disponibile anche un sampler in CD singolo da 10 canzoni, con una versione alternativa per ognuna delle canzoni. Si può partire da lì.
Ma sono dettagli fino ad un certo punto: perché se qualcuno cerca ancora una motivazione per il Nobel, qua la può trovare. Dylan racconta storie con un tono, una precisione, con una forza senza tempo. E, ricordiamocelo, le canzoni non sono poesia: sono parole, interpretazione e musica. Il modo in cui Dylan fa arrivare ogni parola, in cui sceglie dove mettere la forza e dove sussurra, il modo in cui sceglie l’accompagnamento perfetto per sottolineare un dettaglio: è questo che lo ha reso il più grande di tutti. E, sì, un Nobel. 

“Blood on the tracks” alla sua uscita viene salutato come un ritorno alle origini: ma è un Dylan più maturo, anche più disilluso: “I offered up my innocence, I got repaid with scorn”, fa cantare al protagonista di “Shelter from the storm” che cerca il riparo nell’amore. E lui cerca riparo cambiando di nuovo pelle: nel ’75, poco dopo l’uscita del disco, mette in piedi il circo musicale della Rolling Thunder Revue, pubblica dopo anni di attesa le Basement Tapes del ’67, e nel ’76 pubblica un altro capolavoro, “Desire”, dal suono e dal sapore diverso.
Scattare una foto a Dylan è quasi impossibile: è sempre sfuocata, qualche dettaglio sfugge, e un attimo dopo lui è già fuori campo, da un’altra parte. Ma questo box è la fotografia, anzi il rullino di foto, di uno dei momenti migliori della sua carriera.

C’è chi scrive canzoni, e poi c’è Dylan. “More blood, more tracks” ne è una stupenda dimostrazione.