«BLOOD RED ROSES - Rod Stewart» la recensione di Rockol

“Blood Red Roses” e il dilemma di Rod Stewart

Il trentesimo album di Sir Rod è il disco di una vecchia star indecisa se ammiccare ai coetanei dei suoi nipoti o cantare i lati negativi della terza età. Musicalmente, è un miscuglio di stili che metterebbe alla prova anche il fan più devoto.

Recensione del 03 ott 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Un ritmo programmato, archi sintetizzati, una produzione digitale piena di riverberi, un testo sull’incontro in discoteca fra un Johnny di Brooklyn e una Marion del Queens a cui basta uno sguardo per piacerci. È Rod Stewart o sono i Coldplay? Quattro canzoni più tardi, ecco spuntare un electro-folk celtico che riscrive un vecchio canto marinaresco del cantautore e attivista Ewan MacColl, mostro sacro del folk britannico. Confusi? Il trentesimo album di Sir Rod è un miscuglio di stili che metterebbe alla prova anche il fan più devoto. Viene presentato come un lavoro “intimo”. Suona invece come il disco di una vecchia star indecisa se ammiccare ai coetanei dei suoi nipoti o cantare la terza età.

“Blood red roses” è nato sulla strada, in camere d’hotel, nel backstage dopo i concerti. “Non ci siamo mai nemmeno avvicinati a una sala d’incisione dove ho passato fin troppo tempo in passato”, ha detto Rod Stewart. Le registrazioni sono state rifinite, assemblate e prodotte dal collaboratore e co-autore di lunga data Kevin Savigar. Fatto sta che “Blood red roses” non suona come il disco di una band, ma come un Frankenstein pop sopra cui è stata stesa una patina digitale che copre quasi tutto: la disco con inserto gospel “Give me love”, la cover del classico blues “Rollin & tumblin’”, l’atmosfera frizzante da vecchia Motown di “Rest of my life”. Per non dire dell’incoerente sibilo elettronico che attraversa una canzone che si vorrebbe struggente come “Julia” o il mischione di luoghi comuni rock, dagli Stones in poi, di “Vegas shuffle”.

È curioso che, a fianco di brani che sembrano ammiccare a un pubblico più giovane di quello che effettivamente segue Rod Stewart, ce ne siano altri in cui il cantante non nasconde i suoi anni. Come la ballata “Farewell”, un addio a un vecchio amico che esprime il dolore per la perdita di un fratello e pure la nostalgia per gli anni della gioventù, le sbronze col vino mediocre, le pillole, il Marquee e il Flamingo, i concerti di Georgie Fame e ovviamente le ragazze. Oppure “Didn’t I”, duetto con Bridget Cady, corista della band di Stewart notata dal chitarrista mentre era in tour con Eros Ramazzotti. È il discorso di un papà alla figlia perduta: “Non ho ti ho dato il meglio? Non ho cercato di non farti lasciare la scuola? Ero un eroe per te, ora sono uno zero”. O la stessa “Julia”, ricordo di una storia d’amore struggente e crudele, salvo poi scoprire nell’ultimo verso che lei aveva 14 anni e lui 10. O meglio ancora, l’omaggio a “Honey gold”, donna magnifica e indipendente e pazza e libera che, udite udite, “si dice abbia fatto festa con i Faces”.

C’è pure la canzone controversa, diciamo. È “Grace”, pezzo di metà anni ’80 che Stewart ha sentito cantare ai tifosi dei Celtic e che ha voluto inserire nell’album, dicendo nelle interviste che no, non è una canzone pro IRA. È ambientata a Dublino durante la rivolta di Pasqua del 1916. Il capo dei ribelli Joseph Plunkett viene catturato e condannato a morte nella prigione di Kilmainham. Poche ore prima di finire di fronte al plotone di esecuzione, Plunkett sposa l’amata Grace Gifford nella cappella del carcere. Rod Stewart la canta con passione e delicatezza, piazzandola al centro di un album che sembra prendere mille direzioni senza mai imboccarne una e che finisce con un altro duetto con Cady, “Cold old London”. È canzone un po’ stucchevole sul tempo che passa e le passioni che restano: “Io divento sempre più vecchio, le ragazze diventano sempre più giovani, è forse troppo tardi per me”. Ecco, un disco tutto di confessioni di un seduttore di 73 anni l’avremmo sentito volentieri. Ma forse ci voleva un Rick Rubin, non un Kevin Savigar.

TRACKLIST

01. Look In Her Eyes (04:11)
02. Hole In My Heart (03:26)
03. Farewell (04:15)
04. Didn't I (04:00)
05. Blood Red Roses (03:40)
06. Grace (04:52)
07. Give Me Love (04:07)
08. Rest Of My Life (03:27)
09. Rollin' & Tumblin' (03:37)
10. Julia (03:35)
11. Honey Gold (04:43)
12. Vegas Shuffle (03:46)
13. Cold Old London (03:41)
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