Prendiamolo per come è stato pensato, cioè alla vecchia maniera (che poi tanto vecchia non è). Prima però, una veloce presentazione.
Noirêve è Janet Dappiano e “Pitonatio” il suo disco d’esordio, in uscita dopo la pubblicazione di due EP in due anni, “Viaggio immobile” del 2016 e “Hesminè” del 2017. Janet è trentina di nascita ma si è formata musicalmente a Londra. Si è esibita spesso e volentieri in Italia ma a colpire sono le partecipazioni a festival come il sempre ottimo Reeperbahn ad Amburgo e il Sónar di Barcellona dove addirittura fa da portabandiera in rappresentanza della categoria nuova scena elettronica tricolore. Non male davvero.
Ora, il disco. Il disco va preso alla vecchia maniera perché è stato concepito alla vecchia maniera: “Pitonatio” nasce per il vinile, quindi dotato di lato A e lato B. Sette i pezzi in scaletta, sei sul lato A e uno soltanto, ma della durata di venti minuti, sul lato B. Sette pezzi scritti e prodotti da Noirêve, eccetto “Bradipedia” scritta da Noirêve e Jacopo Bordigoni, mixati molto bene da Fabio de Pretis, fatta eccezione per la titletrack, mixata altrettanto bene da Alessandro Battisti.
Domanda: che cosa si intende per “Pitonatio”? Noirêve lo descrive come...
... lo stato di rilassatezza dell’essere umano, durante il quale egli si dedica attivamente all’inattività, in posizione tendente all’orizzontale e preferibilmente a stomaco pieno, esente da ulteriori necessità. Una condizione simile a quella del pitone che dopo aver ingoiato la preda intera si ferma e riflette sui massimi sistemi del mondo, mentre lascia che il suo corpo digerisca anche per mesi.
In pratica i sette pezzi di “Pitonatio” sono il risultato di un’operazione di digestione. Digestione di suoni, di esperienze, di generi. Ecco quindi che ambient, elettronica e world music vanno a compenetrarsi per generare un’unica massa, un suono organico eppure sperimentale. Un suono chiamato a descrivere un IO assolutamente autobiografico, per quanto forse non sempre reale. Ecco quindi che nello scorrere fluido di questo suono risulta facile passare dal sitar e dal trip hop di “Bradipedia” alle melodie ambient di taglio nordico di “Jalìa” per poi precipitare nel nostro sud, nella Puglia più misteriosa e litanica di “Lu rusciu de Nonno Osvaldo” (forse il mio pezzi preferito dell’intero disco). Questo per quanto riguarda il lato A. Il lato B invece, come detto, vede Noirêve alle prese con venti minuti più esplicitamente ambient in cui la navigazione non è più così sicura come in precedenza. Pensata per far perdere la cognizione di tempo e spazio, “Musica per grattini” (ecco, forse l’unica critica che faccio è la scelta di questo titolo che personalmente un po’ mi ha indebolito la carica emotiva di pezzo che ho sentito molto più spesso) chiude un lavoro a dir poco convincente.
Dopo i due EP scuola, per Noirêve era arrivato il momento di mettersi in gioco con qualcosa di più grosso e di concreto, con una presa di posizione sonora. Detto, fatto. Teniamola d’occhio.