«RAISE VIBRATION - Lenny Kravitz» la recensione di Rockol

Il nuovo album di Lenny Kravitz, rockstar col cuore sensibile

Pace, amore e fratellanza: Lenny Kravitz lancia la sua grido funky in "Raise Vibration". La nostra recensione

Recensione del 11 set 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Le lancette dell’orologio, un po’ come il senso della misura, sembrano avere un valore del tutto relativo per Lenny Kravitz. Estraneo alle mode e alle tendenze del momento, il polistrumentista di New York è sempre andato dritto per la sua strada, strabordando quanto basta per fare ciò che ancora gli riesce al meglio, ovvero mescolare una natura black e roots con quella della dorata rockstar d’altri tempi.

Una formula, la sua, che si autocelebra e si compiace nella ricerca del giro giusto, ma anche in grado di affinarsi sotto le pulsioni della contaminazione di stili nell’ultimo “Raise Vibration”. Il leone Lenny è arrivato in splendida forma all’appuntamento con le 54 candeline e ha scelto per il suo ritorno sulle scene di esplorare appieno quella filosofia di “amore universale” che insegue fin dagli esordi, recuperando parte del vecchio piglio glamour che negli anni si era andato spegnendo. Ritrovata l’acconciatura rasta di una volta, Kravitz, nel corso delle dodici tracce del nuovo disco - al solito scritto, suonato e prodotto quasi in solitaria nel suo studio privato alle Bahamas, avvalendosi dei contributi di fidati collaboratori come il chitarrista Craig Ross e il compositore David Baron - si prodiga a spargere semi di pace e fratellanza senza risultare necessariamente un vecchio hippie nostalgico. Lui stesso, figlio interraziale di un’America che non riesce a risanare le proprie fratture, preferisce alzare il tiro per fare il punto su quello che lo circonda. Un grido di battaglia contro i mali che avvelenano il nostro quotidiano e che si muove su atmosfere solo all’apparenza rilassate, dove a prevalere è soprattutto la componente black del musicista, che affonda i suoi colpi migliori tra funky, pop, elettronica e un gusto, al solito, piacevolmente retrò.

Le vibrazioni positive prodotte da Kravitz si manifestano così con bassi sincopati e felpate incursioni di sintetizzatori, a cui si aggiungono strumenti acustici e fiati da big band, che conferiscono al lavoro un’aria inequivocabilmente soul. Esagerato e vitale come piacevolmente ruffiano. L’istrione che fu non punta alla rivoluzione, ma garantisce un’ottima dose di robusti giri armonici, ritmiche avvolgenti e la giusta dose di leziosa melodrammaticità. Sono i singoli “Low” e “5 more day ’til summer” a esprimere in pieno questi aspetti: il primo con la sua dinamica languida, condita da quell’inevitabile tocco di narcisismo dell’artista e da un cameo del celebre falsetto di battaglia di Michael Jackson; l’altro invece ne coglie il profilo più solare e scanzonato, lasciando nel mezzo l’anima nera, che pesca tanto da Prince come da James Brown e Marvin Gaye, libera di manifestarsi con tutti i sussulti di cui dispone.

In "It's enough" esce definitivamente allo scoperto, prendendo in prestito tensioni che arrivano dirette dalla partitura di "What's going on". Sette minuti di grinta R&B per domandarsi in mezzo a tanta rabbia e disperazione: "Cosa succede in Medio Oriente? / Pensi davvero che sia per mantenere la pace?”. Si interroga, ancora, su quanta strada ci sia da fare per eliminare vecchie stonature come i pregiudizi razziali e la cultura della guerra in un inno alla resistenza nell’era dell’America di Trump. Allo stesso modo, nell’elettronica retromoderna di "Who really are the monsters?” il poliedrico cantautore statunitense si scontra con gli orrori del nostro tempo per mezzo dello slogan ripetuto ad oltranza “Inizia a comunicare” perché "La guerra non si fermerà finché continuiamo a lanciare bombe”. Nel brano che dà il titolo all’album il riff spezzato dell’intro finisce per perdersi in una parentesi strumentale che sembra voler citare l’epica di Morricone de “Il Buono Il Brutto Il Cattivo”, mentre il resto del programma preferisce virare su traiettorie dal sapore agrodolce, dove inevitabilmente azzarda qualche passo di troppo peccando di stucchevolezza.

Il musicista si lascia andare alle sue memorie personali e in “Johnny Cash” rievoca il giorno della perdita della madre e la sensibilità eccezionale del leggendario Man in Black e di sua moglie June Carter, pronti entrambi a tendergli un abbraccio in quel momento tragico, facendo di quel ricordo una delle tipiche ballate meticce che ne hanno caratterizzato alti e bassi di carriera. Riassume insomma in un corpo unico l’archetipo perenne del macho e della rockstar, in un continuo flirt tra pop e funky, e deborda eccedendo in enfasi - come nella durata dei singoli brani, con una media di cinque minuti. Altrove si perde negli umori gospel di “Here to love”, appello a unirsi per combattere violenza e ottusità (perché il male assume forme diverse, ma a tutti gli effetti bussa nella realtà sempre allo stesso modo) e, nella sua sfacciata carica di testosterone, chiude nella conclusiva “I’ll always be inside your soul” con un alto tasso di zuccheri.

Eppure, “Raise Vibration” riporta nuova vitalità al solito Kravitz, nonostante la formula sia spesso orientata verso soluzioni ammiccanti con colpevole disinvoltura. Si mostra un artista capace di nuove sferzate di energia, dall’iniziale “We can get it all together” agli slanci di “Majesty of love” fino alla classica “Ride”, in una versione di sé perfettamente a suo agio nel ruolo di superdivo e alfiere del retaggio americano, mettendo in luce l’aspetto più socialmente impegnato della propria musica, che, senza rinunciare alle sue storie maledettamente sensuali e tragiche, mescola con cura rock e soul, ritmiche eccellenti e spirito vintage. Ora, dopo quasi trent’anni passati sotto i riflettori, Lenny non ha mai fatto mistero di essere portatore sano di un messaggio di pace, amore e comprensione. A modo suo, ovviamente, con quel fare da navigato maschio alfa che anche nell’ultimo album non fa nessuna eccezione. Non sorprende perciò che ciò con cui Lenny fa i conti alla fine, è, ancora una volta, il suo ideale positivo di libertà.

TRACKLIST

02. Low (05:18)
04. Raise Vibration (05:27)
05. Johnny Cash (06:18)
06. Here to Love (04:42)
07. It's Enough (07:54)
10. Gold Dust (05:08)
11. Ride (05:58)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.