«UN'ALTRA VITA - Umberto Tozzi» la recensione di Rockol

Umberto Tozzi - UN'ALTRA VITA - la recensione

Recensione del 07 mar 2000

La recensione

Va bene tutto, ma il pezzo di Tozzi a Sanremo non era da ultimo posto. Ok, sarà stata una canzone da Festival di quelle vecchio stampo, con il ritornellone e l’orchestrona, però era un pezzo veramente giusto per lui, che tirava fuori questa voce a tratti quasi ramata, dalle sfumature metalliche, e comunque metteva in mostra un certo sforzo compositivo, per creare una canzone che rispecchiasse il suo interprete. Ci si avvicina a “Un’altra vita”, quindi, con la mezza intenzione di rimediare ad un giudizio che ha liquidato troppo frettolosamente uno che qualche canzone bella, tempo addietro, l’ha pur scritta. Tozzi non è propriamente il prototipo dell’artista compagnone e finto-buono, per cui a Sanremo qualche screzio l’ha creato, dicendo la sua sull’idea dei superospiti italiani e rifiutandosi di assecondare più di tanto le mille macchiette da festival che gli apparivano al fianco giusto per fare spettacolo. Il suo nuovo album rispecchia un tentativo – riuscito a metà – di ritornare ad uno stato di forma se non glorioso quantomeno temibile, riappropriandosi della sua celebre scrittura dopo esperimenti arditi e interlocutori come “Il grido” e come l’album cofirmato con Mogol “Aria e cielo”. Ci sono cose buone, su “Un’altra vita”, a cominciare dai primi tre brani, “Io e te naturalmente”, “Thank you very much” – leggermente in debito con “Nell’aria c’è”, ma maggiormente ‘computer oriented’ e il pezzo sanremese che funge anche da title-track, ma già a partire dalla quarta canzone qualcosa sembra cambiare. “Rosa di frontiera” accetta il rischio di giocare con le rime del nome Desy, e finisce per vergare frasi da dimenticare, come “Desy/come fai a resistere da mesi/non c’è niente che ti ricordi noi, noi così sospesi/così sorpresi”. “Vagabondi” è il pezzo meno credibile e più retorico dell’album – Tozzi vagabondo? Ma chi ci casca?!? – mentre con “Torna settembre” e “Arcobaleno” andiamo leggermente meglio, ma siamo comunque dalle parti di un Tozzi di maniera, irrimediabilmente anni ’80, soprattutto nei testi che appaiono ormai davvero datati. Fortunatamente “Scivolando” riporta il piatto della bilancia in una posizione più equilibrata, ma non basta: “Per chi” e “Mai dire mai” sono altri due episodi nella migliore delle ipotesi anonimi, e chiudono l’album lasciando un po’ d’amaro in bocca. Ribadita tutta la simpatia per l’artista e l’autore di svariati bestseller, sottolineato il fatto che la voce di Tozzi è veramente unica e quando emerge riesce a comunicare davvero, rimane il fatto che questo “Un’altra vita” sa troppo di promessa mantenuta a metà, di album che non riesce a mascherare una crisi compositiva che affiora minacciosa da diverse canzoni. Se questo è l’iter che l’artista torinese ha scelto per il suo futuro forse è il caso di correggerne la rotta. Puntando più sulle canzoni, avendo cura di selezionarle con più attenzione, senza riempitivi di comodo. Ormai, si sa, non pagano più.
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