«MARK KOZELEK - Mark Kozelek» la recensione di Rockol

Mark Kozelek solista e lo stream of consciousness estremo

Il deus ex machina dei Sun Kil Moon sforna un album a proprio nome. E poco cambia, rispetto a quanto proposto dalla band

Recensione del 15 mag 2018 a cura di Daria Croce

La recensione

In una primavera che non vuol saperne di arrivare come questa, non sentivo la mancanza di un disco come questo. Un assemblaggio di tredici canzoni che per circa un’ora e mezza (una durata cinematografica, in pratica) ti fanno pelo, contropelo e messa in piega con gli strumenti dello scazzo, della melanconia, dello spleen, dell’emotività fuori controllo da hangover, della Nausea maiuscola da lontano parente di Sartre, dell’evocazione proustiana di quadretti spesso in bilico fra la banalità più insignificante e il genio poetico – e non è così semplice distinguere l’una dall’altro.

Andiamo per ordine. Prima di tutto “Mark Kozelek” è attribuito a Mark Kozelek – perdonate la formula inelegante, ma con i dischi self titled l’imbarazzo è sempre in agguato (ah, i duri problemi che un povero recensore deve affrontare!) – anche se è palesemente un nuovo capitolo della produzione Sun Kil Moon (che, nel caso qualcuno lo ignorasse, è il moniker sotto cui Kozelek ha pubblicato dischi dal 2003, aiutato da una serie di collaboratori).
Sonorità e taglio sono, infatti, tipici dell’universo musicale Sun Kil Moon; l’unico motivo per il cambiamento di ragione sociale pare essere legato al fatto che Kozelek in questo disco ha effettivamente fatto da solo (pare abbia registrato in varie stanze di albergo, durante le sue peregrinazioni), quindi si è preferito dare a Cesare quel che è di Cesare. Anche se Cesare ha dato a noi quello che era dei Sun Kil Moon. Ma tant’è… zero polemiche, solo una semplice constatazione.

Ma veniamo senz’altro alla musica. Che è tutta incentrata sull’intreccio di chitarra e voce, oltre che sull’autobiografia (ai confini con l’autobiografismo morboso) dei testi. Kozelek, infatti, porta all’estremo quello che è un suo tipico atteggiamento, abbandonandosi a una serie di stream of consciousness cantati/parlati, sostenuti da giri di chitarra ripetitivi, come in loop. E ci racconta – a volte con pignoleria morbosa – particolari delle sue giornate, delle sue sensazioni, delle piccole cose che accadono nei momenti insignificanti, delle emozioni che spesso manco ci accorgiamo di provare tanto sono ridotte ai minimi termini. E allora ci troviamo ad ascoltare storie di bicchieri rovesciati, lacrimucce davanti a un film, biglietti natalizi conservarti in scatole di cartone, amicizie casuali, pensieri sparsi. Una dimensione molto umana, pure troppo per certi versi… perché tende a eliminare del tutto quella sorta di scalino naturale fra pubblico e artista, vestendo quest’ultimo di una normalità talmente condivisibile da restare spiazzati. Esagero: se Lou Reed o Neil Young avessero cantato del modo in cui caricano la lavastoviglie o di come bruciano il caffè la mattina, come l’avreste presa? Sicuramente con un filo di curiosità in meno.

Eppure l’essenza di “Mark Kozelek”, a ben vedere, è proprio la deliberata estirpazione del mistero, del fascinoso, che viene sostituito con una quotidianità ovattata, ma lancinante nella sua normalità. E dopo 90 minuti di questo trattamento si resta storditi: è come risvegliarsi da un sogno in cui non accadeva nulla, eppure ci ha lasciato sfiniti come se avessimo vissuto la medesima giornata due volte. In più la mancanza di un focus, di un fil rouge, rende il tutto più difficoltoso: anche di fronte ai nostri migliori amici, dopo un’ora e mezza di parole e pensieri in libertà, alzeremmo bandiera bianca… no?

Un album curioso, ma da prendere con le pinze.

TRACKLIST

01. Send in the Clowns (03:56)
02. Moon River (03:14)
03. I'm Not in Love (04:28)
04. Win (02:43)
05. Mainstreet (03:24)
06. Another Day (03:12)
08. Amanda (02:40)
10. O Holy Night (02:42)
11. Something Stupid (02:52)
12. Float On (03:13)
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