«TRANQUILITY BASE HOTEL & CASINO - Arctic Monkeys» la recensione di Rockol

La rivoluzione degli Arctic Monkeys: "Tranquility Base Hotel & Casino"

Un album importante, che segna un cambiamento di mood, stile e genere molto netto... a costo di rendere l'ascolto più difficile e impegnativo.

Recensione del 10 mag 2018 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Presto! Qualcuno corra ad aggiornare Wikipedia et similia, prima che scoppi qualche incidente diplomatico. L’ignaro curioso che si avvicinasse agli Arctic monkeys pescando nel mare magnum del sapere in salsa Wiki, infatti, leggerebbe che suonano garage punk, post punk, indie rock e alternative rock… peccato che nemmeno mezza di queste definizioni calzi per descrivere il nuovo – e decisamente coraggioso – lavoro in studio del gruppo di Sheffield. Anzi. Un confronto con quanto pubblicato prima avrebbe lo stesso (non) senso di comparare uno smarthpone con un rasoio elettrico: proprio non è possibile.

Cosa è successo? Immaginate una sorta di spaesamento non dissimile a quello che potrebbe avervi colto ascoltando per la prima volta “Boarding House Reach” di Jack White. Vi aspettavate qualcosa che non arriva nella forma prevista; anzi, in questo caso è sostituito da elementi spiazzanti, inediti, tanto da farvi pensare di avere sbagliato disco, che forse non è questo l’ultimo degli Arctic Monkeys (“il mouse sarà rotto, clicca dove vuole” oppure “mi hanno dato un cd difettoso!”).

Ma no, i vostri mouse vanno benissimo e il cd è quello corretto. Semplicemente Turner e i suoi hanno cambiato radicalmente registro, mood, texture e modalità espressive. Oltre ad avere prepotentemente scoperto il suono del piano, che insieme alla voce è il vero signore e padrone dell’album.
Bye-bye chitarre e sezione ritmica tonante, insomma. Le sei corde, in particolare, fanno cucù raramente e per break brevissimi, a dirla tutta. E il tiro, l’esuberanza, il rock (indie, alt o altro) sono stati chirurgicamente eliminati.

Siamo immersi, piuttosto, in un caldo liquido amniotico fatto di lounge music scura e malinconica, con suggestioni futuristiche. Ecco: immaginate un jazz bar anni Quaranta (con tanto di crooner resident) piazzato in un cratere lunare e al bancone è appoggiato un tipo stile Philip Marlowe, ma con un giubbotto di pelle che cade a pezzi. Insomma, una visione distopica che frulla familiarità e straniamento.

Non è un disco facile e non è garantito che piaccia a tutti. Soprattutto, occorrono più ascolti per annusarlo, entrarci, penetrare l’atmosfera febbrile lounge dark, da musical malato e bohemienne. “Volevo solo essere uno degli Strokes, e adesso guarda che casino che mi hai fatto combinare / Faccio l’autostop con la valigia in mano, a miglia di distanza da qualunque autostrada immaginaria”: sono le prime parole pronunciate da Alex Turner nel disco. Sta a noi provare a seguirlo in questo viaggio a sorpresa, che ha a priori il pregio di non essere prevedibile, scontato o banale.

 

TRACKLIST

01. Star Treatment (05:54)
03. American Sports (02:38)
05. Golden Trunks (02:53)
06. Four Out Of Five (05:12)
08. Science Fiction (03:05)
09. She Looks Like Fun (03:02)
10. Batphone (04:31)
11. The Ultracheese (03:37)
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