Probabilmente cosa sia successo nella musica negli ultimi quarant’anni agli Spiders non interessa affatto. Tutto nel quartetto originario di Göteborg sembra essere specchio di un tempo lontano, con quel look fatto di borchie e paillettes che ricalca fedelmente l’immaginario glam e proto hard degli anni Settanta, tanto da risultare davvero figlio di un’altra epoca.
Guidati dalla sensuale Ann-Sofie Hoyles, gli Spiders hanno dalla loro l’atteggiamento di chi ha la certezza che il progresso tecnologico non riuscirà mai a rimpiazzare grinta e passione, dimostrandosi però non solo dei simpatici nostalgici con un guardaroba più che prestigioso a disposizione, quanto dei solidi rocker con tiro sanguigno, taurino e anche piacevolmente provocante. È infatti la presenza della bionda cantante uno dei principali catalizzatori delle attenzioni del gruppo, in grado di offrire quel tocco pepato indispensabile alla riuscita del progetto. La formazione è quindi completata dalle chitarre di John Hoyles - fratello della frontwoman e già in forze nei Witchcraft - in qualità di gran maestro di riff e assoli, e dall’energica sezione ritmica composta da Olle Griphammar al basso e Richard Harryson alla batteria.
Arrivati al terzo album, con “Killer machine” il nome degli Spiders si sta facendo largo anche alle nostre latitudini, dopo aver fatto una buona presa in giro per l’Europa dei festival e nell’immancabile Giappone, sempre ricettivo ai fermenti più curiosi. Il nuovo lavoro, così come la precedente produzione, non si allontana di un millimetro dal suo contesto, pigiando forte sui distorsori e il suono dei Marshall, completamente calato nel suo habitat naturale. Tirato e deciso, il disco non richiede particolari sforzi di intelletto per farsi notare, mettendo in ordine una sequenza di canzoni dirette e provocatorie che fanno esplicito riferimento alla voglia di baldoria del gruppo.
Il sound degli scandinavi è senza mezzi termini interamente votato all’iconografia di un periodo storico ben preciso, con tutti i pregi e i difetti del caso. Si (ri)propone infatti un suono e uno stile ormai più che codificato dove tutto è vintage ma anche piacevole e immediato come una birra fresca in estate, eppure, allo stesso modo, non è in grado di lasciare veramente il segno, perché, pur se caricato a molla dall’inizio alla fine, non riesce a far emergere qualcosa di veramente significativo dal proprio mazzo, preferendo così di gran lunga l’attitudine al guizzo compositivo. In ogni caso, la spinta dell’iniziale “Shock and awe”, la calda “Like a wild child”, le armonie vocali di “Burning for you” e la ballad d'ordinanza "Don't need you", aprono le porte di un mondo che più che un genere celebra uno stile di vita, con il suo culmine nel ritornello godereccio di “Dead or alive”.
Gli Spiders di “Killer Machine” colpiscono per la cura meticolosa con la quale hanno ricreato il loro ambiente, unendo tecnica, lustrini e sfrontatezza, così come melodia, hard e garage rock, senza peraltro risultare mai troppo posticci. Una strana combinazione tra Jefferson Airplane, T-Rex e MC5 riporta così le lancette dell’orologio oltre la rievocazione storica, puntando dritto alla vecchia formula degli artisti trasgressivi e sregolati. E per questo sempre indispensabile.