Recensioni / 03 apr 2018

The Weeknd - MY DEAR MELANCHOLY, - la recensione

“My Dear Melancholy,” lo spleen depresso di The Weeknd: la recensione del disco

Malinconia, autodistruzione, amori finiti, depressione. Sono il cocktail di temi contenuti nel nuovo EP di The Weeknd che torna alle sue origini sonore.

Voto Rockol: 3.0/5
Recensione di Michele Boroni
MY DEAR MELANCHOLY,
Republic Records (Digital Media)

“Dovremmo farlo uscire venerdì? Sono indifferente, ad essere sincero” questo è la laconica frase scritta da Abel Tesfaye, in arte The Weeknd, tratta da una conversazione via iMessage con qualcuno del suo staff, opportunamente poi postata su Instagram la scorsa settimana. 
Tra tutte le forme creative di promozione discografica, questa è sicuramente una delle più creative e low profile. 
Chissà se questa indifferenza è essa stessa frutto di una studiata strategia, coerente con lo storytelling (ehm) delle canzoni contenute del disco? Spieghiamo meglio: “My Dear Melancholy,” il nuovo EP di The Weeknd uscito lo scorso venerdì per ora solo in formato digitale, è una raccolta di sei canzoni che riportano il suono di The Weeknd a quello dei suoi esordi, dimenticando il mezzo passo falso del precedente super-pop “Star Boy”. Tuttavia anche qui i nomi coinvolti sono di primissimo ordine: alla produzione c'è Skrillex, Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk e il dj techno francese Gesaffelstein, già collaboratore di “Yeezus” di Kanye West, più altri autori come Nicholas Jaar e altri già apparsi in best-seller come “Formation” di Beyonce e “Avana” di Camila Cabello. Questa volta però tutti sono al servizio del suono nativo di The Weeknd, ovvero quell' r&b malato, un po' tossico e decisamente depresso.

Tutti i testi hanno un comune denominatore: storie di amore finite male o rinnegate, depressione, autodistruzione, insomma, un crogiolarsi in una malinconia senza fine. Anche il titolo con la virgola finale, ci fa capire che forse questo EP è solo una parte di un discorso non ancora finito, una lettera appena iniziata che testimonia la sua infinita tristezza (“And I'ma fuck the pain away, and I know I'll be okay/ They said our love is just a game, I don't care what they say/ But I'ma drink the pain away, I'll be back to my old ways/ And I got two red pills to take the blues away.” si dispera nella conclusiva “Privilege”).

La depressione è forte e spesso fa riferimento alle storie passate del cantante canadese con la collega Selena Gomez e con la modella Bella Hadid (anche se a quest'ultima sembra concedere elegantemente una chance: “I hope you know this dick is still an option” canta in “Wasted Times”).  
L'iniziale “Call out my name” è un pezzo à la Sam Smith che si salva per la produzione e i suoni cupi spettrali, mentre “Try me” e “Hurt you” ricordano da vicino le prime sorprendenti composizioni del cantante canadese tra influenze hip hop, tessuto melodico soul e un originale spleen contenute nel primo “Trilogy” nel 2012. 
Purtroppo, però, anche per le migliori tracce contenute in questo EP, seppur eccellentemente prodotte – il piano di “Call out my name” sembra registrato sott'acqua e la voce continuamente manipolata crea effetti strani e affascinanti – l'impressione generale è quella di deja vu e noia, che cresce se si presta attenzione ai testi monotematici. 

TRACKLIST

01. Call out my name - (03:48)
02. Try me - (03:41)
03. Wasted times - (03:40)
04. I was never there - Gesaffelstein - (04:01)
05. Hurt you - Gesaffelstein - (03:50)
06. Privilege - (02:51)