«STONE TEMPLE PILOTS - Stone Temple Pilots» la recensione di Rockol

Il ritorno degli Stone Temple Pilots: nuovo album e nuovo cantante. La recensione

Mai dire mai: ancora una ripartenza per gli Stone Temple Pilots

Recensione del 24 mar 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Non sono certo dei tipi che si arrendono i fratelli Dean e Robert DeLeo. Insieme al batterista Eric Kretz, ciò che resta del nucleo fondante degli Stone Temple Pilots, pur con una certa dimestichezza con addii e ripartenze, ha dato il via a una nuova fase del gruppo accogliendo nei ranghi il cantante Jeff Gutt. La missione impossibile è quella di riempire il grande vuoto lasciato dai suoi illustri predecessori.

Già, perché la formazione americana è passata attraverso la perdita del suo frontman, quello storico, il turbolento Scott Weiland - fuoriuscito dalla band a causa di quelle eccellenti avventure tossiche che lo hanno fermato, purtroppo definitivamente, nel 2015 - e persino quella del suo temporaneo sostituto, il compianto Chester Bennington dei Linkin Park, congedatosi da questo mondo lo scorso anno. La voglia di continuare ha però avuto la meglio sui tre musicisti superstiti, che, sopravvissuti a un baratro profondissimo, hanno preferito rilanciarsi a testa bassa in una sfida, artistica e professionale. Il risultato è un album eponimo, il secondo di fila per gli STP, pubblicato nove anni dopo il precedente “Stone Temple Pilots”, nel quale la compagine di San Diego riprende e rielabora ai giorni nostri la propria natura più che codificata ma ancora in grado di andare avanti, nonostante tutto.

La scommessa maggiore per il gruppo è naturalmente quella rappresentata dal nuovo elemento Jeff Gutt, ex talento di X Factor, assoldato dopo centinaia di provini per ridare una certa stabilità alla band. Un’innovazione che, alla fine, si è rivelata quanto di più duttile i DeLeo potessero trovare. Non si tratta di una voce dallo spiccato carisma, ma di certo maledettamente capace di incastrarsi nelle metriche del gruppo, lasciando allo spirito di Scott Weiland la libertà di manifestarsi in questa o quella suggestione, a seconda degli umori presenti nel disco. In effetti, la somiglianza c’è e a tratti risulta fin troppo evidente, eppure, senza spingersi mai nei territori della semplice imitazione - Jeff Gutt ha dichiarato in proposito di non voler impiegare sul palco, al pari dell’istrione Weiland, il megafono - il cantante fa il suo mestiere con una adattabilità di sorta fuori dall’ordinario, zompando qua e là tra ritmiche e melodie del nuovo corso degli Stone Temple Pilots. 

Nei dodici brani realizzati dall’inedito quartetto le conferme alla fine sono più delle novità, mostrando la buona forma di una band che non ha ancora (del tutto) voglia di pascersi delle antiche glorie in favore di buone idee e una certa dose di grinta. Si ritrova così ancora una volta quel mix di rock, punk e hard che dalla lontana Seattle ha portato i californiani a cavalcare l’onda lunga dell’epopea grunge. Più che nella carica di “Meadow” con cui hanno deciso di presentarsi, gli STP preferiscono spingersi volentieri su giri blues energici, rallentando poi le dinamiche per una manciata di episodi più emozionali. Non si grida mai al miracolo in queste tracce, ma con quei suoi punti di riferimento ortodossi, quando non sono quelli propri, presi in prestito dagli anni Settanta e dal classico southern rock, il lavoro del gruppo non tradisce le aspettative. “Finest hour”, “The art of letting go” e la conclusiva “Reds & blues” lasciano spazio alle atmosfere distese, mentre spetta a brani come “Guilty” e “Roll me under” mostrare il tiro della band richiamando da vicino la formula vincente dei Foo Fighters trascinatori di folle.

I ritrovati Stone Temple Pilots non provano a smuovere troppo quel passato di alto bordo che fu, fatto di Grammy Award, eccessi e glorie da classifica, anzi, cercano piuttosto di riportalo in auge, con esperienza e testardaggine, collaudando una personalità un tantino meno esuberante della precedente, eppure ancora vitale.  Come lo stesso chitarrista Dean DeLeo ha tenuto a precisare: “Questo nuovo corso degli STP è focalizzato sul futuro. Il miglior modo per noi di onorare il passato è partire da quanto fatto fino ad ora e continuare a creare nuova musica”. Forse lo sbattere d’ali della farfalla di “Stone Temple Pilots” non riesce ad arrivare esattamente dove venticinque anni prima tutto sembrava possibile, ma tenta comunque il grande salto con una caparbietà d’acciaio, lasciando però fuori dai giochi tutta la spavalderia di una volta.

TRACKLIST

01. Middle Of Nowhere (03:41)
02. Guilty (03:14)
03. Meadow (03:28)
04. Just A Little Lie (03:59)
05. Six Eight (03:32)
07. Roll Me Under (03:45)
08. Never Enough (03:46)
10. Finest Hour (04:10)
11. Good Shoes (03:38)
12. Reds & Blues (04:59)
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