«MOWGLI - IL DISCO DELLA GIUNGLA - Tedua» la recensione di Rockol

Mowgli, nella giungla urbana con Tedua

È Tedua il prossimo rapper di successo di cui non avete ancora sentito parlare? Luci e ombre del concept in cui il seme della discordia incontra quello del bene.

Recensione del 02 mar 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

“Che ore sono Chris? È ora di fare cash”. Inizia così il secondo album di Tedua, vero nome Mario Molinari, rapper fatto a modo suo, miscela di flow “indisciplinato”, provincialismo, grande voglia di riscatto e una narrazione efficace: la madre finita nel “ciclo dei vinti” che gli fa scoprire il rap, l’adozione in una casa borghese, la vita per strada, il pugilato, le buone e le cattive compagnie, la scena attorno a Genova, la Driilliguria, le case popolari, il seme della discordia che incontra quello del bene. “È ora di fare cash”, dice Tedua al suo produttore Chris Nolan. Potrebbe essere lui il prossimo rapper di successo di cui non avete ancora sentito parlare.

Mowgli era il protagonista del “Libro della giungla” di Rudyard Kipling e poi d’una lunga serie d’adattamenti, film, cartoon, altri libri, telefilm. Mowgli è un “cucciolo d’uomo” abbandonato nella giungla e adottato da un branco di lupi. La metafora è chiara: se nel precedente “Orange County California” Tedua s’identificava con Ryan Atwood, l’adolescente problematico di “O.C.” che finiva in una famiglia bene, in questo suo nuovo “disco della giungla” si sente come un Mowgli che si fa strada nella giungla urbana ondeggiando fra fantasie da spacciatore e la volontà di uscirne, in un contesto in cui è difficile tracciare una linea e dire: di qua c’è il bene e di là c’è il male. “Il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio”, dice a un certo punto e la frase rende bene il senso dell’album.

I contenuti del disco si saldano a questa narrazione, fino a delineare un vero concept album il cui il tema della giungla e il nome di Mowgli tornano più volte nei testi, e anche con un po’ d’immaginazione nei suoni di “Dune” e nell’introduzione di “Cucciolo d’uomo”. Tedua canta il suo oggi e il suo ieri. “Adolescenza, mia cara, ti canterò fino alla nausea” dice a un certo punto. Ci sono canzoni che parlano di sopravvivenza, della necessità di dire le cose come stanno, del valore dell’esperienza, delle istituzioni che lasciano la gente dei quartieri in balia della legge del più forte, dei delinquentelli che nella giungla metropolitana non vanno a caccia, ma mandano comparse. Per dirla in breve, “questa va ad ogni mio fan in difficoltà nella giungla contro la città corrotta”. Oppure: “Volevo dirti che domani mattina sarò ricco come un figlio di puttana, ma non mi sarò dimenticato che vengo dalla strada”.

Questo percorso dalla privazione al riscatto è raccontato ora con la sfrontatezza di chi ostenta le proprie capacità e blatera di montagne di cash e armi automatiche, ora con la dolcezza che uno s’aspetta da una canzone d’amore – non a caso, a volte i due piani si sovrappongono nello stesso pezzo, come in “Sangue misto”. Tedua si diverte a usare il riocontra, alterna rime lucide e luoghi comuni. Non è un virtuoso e ha il vezzo di cambiare la pronuncia rendendo inintelligibili certe parti. Non ha una disciplina ritmica ferrea e si prende libertà che gli sono state spesso rinfacciate. In canzoni come “Vertigini” o “Cucciolo d’uomo” supera la linea (immaginaria) che separa fare rap da cantare e in “Acqua” cita “Malpensandoti” del “cantautorap” Dargen D’Amico.

È un peccato che le basi a volte si riducano ad accompagnamenti blandi o risaputi, con frasi melodie cheap e tappeti poco incisivi – non pezzi come “Burnout”, dove invece c’è un’idea efficace, dinamica e cinematografica dell’arrangiamento. Non è un problema solo di “Mowgli”. La musica fatta al computer ha offerto a una nuova generazione di rapper la possibilità di esprimersi, di far dischi, di portare alla superficie un mondo con cui tantissima gente entra in connessione, sfondando il tetto di vetro che li separava dal mainstream. È uno scossone salutare a quella parte di pop italiano che spesso è paludato e prevedibile. Ora però è il giunto il momento di ideare qualcosa di rilevante anche dal punto di vista musicale, di articolare meglio le idee sonore.

“Mowgli continua che è tutta salita”, dice Tedua in “3 chances (dilla tutta)”. Spoiler: c’è il lieto fine. Fra tutti i posti in cui poteva finire, il rapper che oggi canta del poliziotto in borghese che gli “tocca le palle cercando dell’erba” è andato a sfilare sulla passerella di Dolce & Gabbana: capelli con scriminatura centrale come quelli di un bambino tirato a lucido per la festa, pantaloni bianchi, giacca rilucente con ricami di teschi e cuori. “Ho un amico che sta in cella, ho la fashion week in passerella”, rappa oggi per farci capire a quali mondi appartiene. A quanto pare la nuova generazione di rapper conosce un solo modo per dimostrare di avercela fatta: arrivare là dove ci sono i soldi.

TRACKLIST

01. Sangue misto (02:52)
02. 3 Chances (Dilla tutta) (03:31)
03. La legge del più forte (03:07)
04. Rital (03:23)
05. Dune (03:37)
06. Vertigini (03:23)
07. Acqua (Malpensandoti) (04:21)
08. Fashion Week (03:13)
09. Jungle (03:26)
10. Il fabbricante di chiavi (03:09)
11. Burnout (02:58)
12. Al lupo al lupo (03:19)
13. Cucciolo d'uomo (03:43)
14. Natura (03:20)
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