Gopher - LU SERVU DE DIU - la recensione
Recensione del 25 feb 2000
Ci avrei giurato che questo era un bel disco. Ancora prima di sentirlo lo sapevo già che mi sarebbe piaciuto. Perché? Perché un disco prodotto da Royality, ovvero dall’etichetta di due dei Casino Royale (Alì e Michelino), non poteva essere altro che un album di valore. Perché i Casino, da sempre, ci azzeccano, hanno gusto e orecchio da vendere. Così, nonostante questo album di Gopher sia spesso cantato e “rappato” in dialetto salentino (con un pericoloso effetto retrò che riporta tutti in rewind al movimento, ormai morto e sepolto, delle posse), nonostante a volte si immetta in un raggamuffin datato e scontato, riesce ad essere interessante, a tratti avvolgente, in alcuni passaggi (quelli dove si fa largo il funk) irresistibile. Come? Con un armamentario sampladelico originale, che non paga tributo e non scimmiotta nessun nome di spicco della scena hip hop americana (vedi “le vibrazioni “esotiche” di “invasione”, i suoni circolari dark di “Be liscio” o il basso funkadelico di “Hardcore 2000”). Con un “bestiario” ritmico che va alla ricerca di battute sporche, cocciutamente “poco digitali” (ascoltare “Temibile” per credere). Con delle rime che per una volta non sono eiaculazioni logorroiche sull’egotismo esasperato e senza senso dei rapper italiani della periferia e nemmeno una squallida trasposizione dei luoghi comuni del gangsta e del ghetto style americano ma, a seconda dei brani, lucide analisi sullo stato delle cose in Salento, sullo stato delle cose nella scena hip hop italiana o fantasiose rime stonate (in “vera dinamite”) in linea con quelle di un altro bellissimo disco di hip hop italiano degli ultimi mesi (“Tutto o niente” di DJ Gruff). Se a tutto questo si aggiunge una naturale propensione al “funkabbestia” che “spacca” qua e là tra i brani di questo album, “Lu servu de Diu” può essere ragionevolmente (e non) considerato come una delle uscite più interessanti di hip hop italiano degli ultimi tempi.