«PIECES IN A MODERN STYLE - William Orbit» la recensione di Rockol

William Orbit - PIECES IN A MODERN STYLE - la recensione

Recensione del 23 feb 2000

La recensione

Ogni tanto qualcuno si sente abbastanza forte da prendere di petto la classicità vetusta e, come Prometeo, donarla alle sciocche masse. In genere costui viene abbattuto dalla contraerea del buon gusto prima che da quella della critica. Vien fatto di pensare a Kenneth Branagh che dice che Shakespeare, andato impolverandosi negli anni, aveva bisogno di una “buona rinfrescata”. Nella musica pop, l’operazione si dipana in genere tra due poli: la vanteria malcelata dei primi della classe (Keith Emerson, Rick Wakeman, ma anche certo Frank Zappa), o l’aperto saccheggio commerciale (ricordate la “Quinta di Beethoven” rifatta da Nile Rodgers per “La febbre del sabato sera”, o il Bach rappato degli Sweetbox?). In genere, si finisce per ottenere un po’ di stupore solo da chi non ama frequentare né il pop, né la classica.
Ragion per cui, cosa pensare quando William Orbit, che in questo momento è il nome figo per eccellenza, mette nel suo frullatore Satie e Mascagni, John Cage e Beethoven?
Prima reazione: fase della diffidenza.
Seconda reazione: fase dell’obiezione dotta e motivata. “Perché Beethoven e Cage, e non Duke Ellington e Paul McCartney? Perché non sono cultura ma semplice divertimento? Possibile che Guglielmo Orbita non abbia le spalle abbastanza larghe per andare fino in fondo?”
Terza reazione: vabbè, ascoltiamolo.
Si introduce il supporto fonografico nel supporto audiovisivo, e se ne ricavano sensazioni piuttosto piacevoli, perché Orbit sa bene come cucinare i suoi polli, ovvero noi ascoltatori. L’inizio, con l’Adagio di Barber, è un incontro tra i Tangerine Dream e la new age; “In a landscape”, ispirato da Cage, è piuttosto seducente, e sicuramente Satie apprezzerebbe (anche per il suo gusto ribaldo della provocazione) il trattamento subito dal suo brano. Le cose cominciano a prendere un po’ la piega della “musica per sfilate di moda” (è ambient music anche quella: non ci sono solo gli aeroporti...) con le incursioni nei territori di Mascagni, Haendel e Beethoven. Ma dove l’operazione si rivela un po’ saputella è proprio in “Piece in the old style 1”, tratta dall’opera del contemporaneissimo (nonché vivo e vegeto) Gorecky, che viene presentata in versione soffusa nell’ambito dell’album, e in versione dance - sinceramente deludente - in un singolo fornito a parte. E’ quest’ultimo il brano giunto al n.2 nelle charts britanniche.
Cosa voleva dimostrarci, quindi, l’Orbit? Che nelle sue mani, anche un oscuro compositore polacco può scalare le hit-parade? Che Vivaldi è ballabile? Che c’è una nuova frontiera da (tenetevi forte, arriva la brutta parola) “contaminare”? Non lo sappiamo. Certo è che proprio come la parola contaminazione non è sempre bene accetta (chiedete nei dintorni di Chernobyl), questo disco non convince, visto che il suo maggiore merito è quello di far venir voglia di sentire gli originali. Certo, i pubblicitari in cerca di musica da spot potranno pasteggiarvi per mesi, ma le foto di fiori contenute nel patinatissimo booklet fanno venire in mente più che altro le antiche “prove tecniche di trasmissione” della Rai. La capacità di emozionare di questi “pezzi in stile moderno” è più o meno la stessa.
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