Recensioni / 19 gen 2018

Sanremo - LE CANZONI DELLA 68° EDIZIONE DEL FESTIVAL - la recensione

Recensione di Redazione
LE CANZONI DELLA 68° EDIZIONE DEL FESTIVAL

La ricerca della canzone popolare “di classe”: se dovessimo riassumere, dopo un primo ascolto, i 20 brani della 68° edizione del Festival Sanremo in poche parole potremmo usare questa definizione sintetica (e ovviamente non esaustiva).

Ieri  i giornalisti sono stati radunati alla Rai a Milano per l’ascolto in sequenza in anteprima dei brani dei “Big” partecipanti alla rassegna, dal 6 febbraio. La prima impressione è che Baglioni abbia cercato se stesso e la sua filosofia musicale in altri interpreti: canzoni melodiche e classiche, ma con arrangiamenti e strutture spesso ricercati, verso la “classe” e la “qualità” (termini tra virgolette, perché dalla definizione precisa non facile). 
Ma il repertorio del Festival 2018 è contemporaneamente diverso sia da quelli dei Festival di Fabio Fazio sia da quelli dei Festival di Carlo Conti. Fazio cercava la qualità altrove, con artisti più “alti” e talvolta poco popolari nel senso tipico del termine. Conti invece ha basato i suoi Sanremo su un repertorio molto, molto classico, e senza deviazioni verso altri generi (tipo il rock), che qua invece sono presenti. 

Non c’è nulla di rivoluzionario, sia chiaro: Sanremo rimane Sanremo, e Baglioni ha dato una sua impronta attraverso scelte artistiche nette, ma rimanendo dentro un perimetro ben definito. Poi, per capire se funzioneranno queste scelte, bisogna attendere la settimana del Festival. 
La premessa, prima di passare alle note brano per brano, è la solita: un solo ascolto delle versioni di studio è interessante ma può anche essere fuorviante, perché le canzoni del Festival prendono vita e si trasformano sul palco e nella messa in scena televisiva. Sarà interessante vedere come verranno (ri)prodotti sul palco gli arrangiamenti di questi brani. Sanremo è un programma televisivo: bisogna anche quindi vedere che tipo di lavoro verrà fatto su palco e regia ai brani: come ha dimostrato alla perfezione l’anno scorso Francesco Gabbani, questo può fare la differenza.

Molte ballate, ovviamente, e qualche artista che cerca guizzi diversi: Ermal Meta e Fabrizio Moro hanno un brano ritmato, orecchiabile ed impegnato, ed è facile capire perché venga dato per favorito. Lo Stato Sociale potrebbero essere una sorpresa: un brano paraculo (nel senso buono del termine) e orecchiabilissimo, la cosa più contemporanea assieme a Kolors (brano non scontato) e al cantautorato di Diodato. Il rock è rappresentato da Vibrazioni, Red Canzian e Decibel (per questi ultimi, classic rock che cita Bowie). Emozionante e rispettoso Ron nell’interpretare Lucio Dalla.  In generale, qualche brano dà l'impressione di non essere proprio imprescindibile - ma è presto per dire quali e per giudicare in maniera così netta.  Di seguito le impressioni canzone per canzone, con gli autori di ogni brano.

Annalisa, “Il mondo prima di te” (Alessandro Raina/Davide Simonetta/Annalisa Scarrone)
Una canzone d’amore, che parte piano e voce, poi si apre con l’entrata della batteria, mentre l’arrangiamento cerca soluzioni contemporaneamente riconscibili ma moderne. Annalisa canta ora ritmando le strofe, ora distendendo la voce: “Ritorniamo giù a illuminarci come l’estate che adesso brilla/com’era il mondo prima di te”.

Enzo Avitabile e Peppe Servillo, “Il coraggio di ogni giorno”(Pacifico/Enzo Avitabile/Peppe Servillo)
Una canzone che richiama atmosfere world, mediate con la melodia italiana (e ovviamente napoletana). Su una struttura sostenuta da un giro di chitarra acustica, le voci di Avitabile e Servillo si scambiano le strofe e si intrecciano raccontando la difficile realtà napoletana (Scampia viene citata subito alla fine della prima strofa): “Così lontano e vicino al mondo al suo coraggio, il coraggio di ogni giorno”.

Luca Barbarossa, "Passame er sale" (Luca Barbarossa)
Una canzone d’amore  tutta in romanesco, ma un dialetto semplice, che spesso si confonde con l’italiano. Un incidere quasi da valzer, basato su archi pizzicati e orchestra, con un arrangiamento d’effetto. “Passame er sale, er sale fa male/passame er tempo er tempo non c’è/passame armeno i momenti che ho vissuto con te”. 

Mario Biondi, “Rivederti” (Mario Biondi/Giuseppe Furnari/Mario Fisicaro)
Inizio con piano jazz, il vocione di Biondi che poi entra sugli archi. Una canzone dai toni retrò: la batteria con le spazzole, l’arrangiamento, il fraseggio, le parole nostalgiche, il finale con i fiati. Tutto prova a portare alle atmosfere delle ballate da night club, a Frank Sinatra, Tony Bennett e dintorni.

Giovanni Caccamo, “Eterno” (Cheope/Giovanni Caccamo)
Piano e voce, accenni di archi appena pizzicati per una lunga intro; poi il crescendo con l’orchestra che entra, e il ritmo che aumenta. Una canzone dalla scrittura e dalla struttura iper-classica, costruita per enfatizzare l’interpretazione di Caccamo (“E non volere niente/soltanto gli occhio tuoi/per sempre gli occhi tuoi”).

Red Canzian, “Ognuno ha il suo racconto” (Red Canzian/Miki Porru)
Un brano che parte subito ritmato, con batteria dritta e chitarra elettrica. Red Canzian si racconta, si guarda indietro (“Ne ho dipinta di primavera/ne ho incontrata di gente cara/Sono contento di me”) e gioca con il rock, ma arrangiando la sezione ritmica e la chitarra in maniera contemporanea, recuperando la parte più energetica dei Pooh.

Decibel, “Lettera dal Duca” (Silvio Capeccia/Enrico Ruggeri/Fulvio Muzio)
Un mid tempo dall’arrangiamento classic-rock, con acustica e elettrica arpeggiata che si intrecciano. Ruggeri cita Bowie non solo nel testo (come anticipato da Rockol), ma anche nelle armonie e nella struttura. Il “Duca” ci manda a dire che “Io non capisco più certe meschinità/le misere mediocrità/Io vivo in un’altra dimensione”. Diverse strofe sono cantate in inglese.

Diodato e Roy Paci ,“Adesso” (Antonio Diodato)
Il cantautorato di Diodato parte sussurrato e poi va in crescendo con un ritmo incalzante. Roy Paci inizialmente non si sente: arriva oltre la metà della canzone, nei fiati che chiudono il crescendo. Il testo è un dialogo con una persona sul vivere il momento, anche citando più volte i limiti della tecnologia (“Dici che torneremo a guardare il cielo/alzeremo la testa dai cellulari” e poi “capire che adesso è tutto ciò che avremo”).

Elio e le storie tese, “Arrivedorci” (Sergio Conforti/Elio/Davide Civaschi/Nicola Fasani)
La canzone dell’addio degli Elii è molto lineare nella struttura e nell’arrangiamento, che si distingue soprattutto nel finale: coro beatlesiano in cui viene ripetuto il titolo ad libitum.  Gli Elii raccontano e rivedono la loro carriera, in maniera a tratti seria e nostalgica, a tratti ovviamente surreale: “Quella sonda che sondava l’organismo/ci ha trasformato in musicisti, ma maschi/Poi la carriera è andata molto bene”. Il testo cita direttamente Stanlio e Olio, non solo nel titolo.

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, “Il segreto del tempo”  (Pacifico/Roby Facchinetti)
Parte piano e archi, e diventa subito enfatica: l’attacco ricorda i Pooh (e “Uomini soli”): “Ci sono giorni in cui muori dentro e non lo sai/perché volevi cambiare il mondo/che non cambia mai”. Se Canzian recupera il lato rock dei Pooh, il duo recupera quello più melodico/romantico per almeno metà della canzone; poi la canzone si apre con orchestra, chitarre e batteria, per permettere alle voci (soprattutto a quella di Facchinetti) di distendersi.

Max Gazzé, “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” (Francesco Gazzé/Max Gazzé/Francesco De Benedittis)
Max Gazzé riesce ad essere classico e riconoscibile allo stesso tempo. E’ una ballata per piano, voce, orchestra e crescendo e un finale con un bell’arrangiamento d’archi. Ritornello a parte (“Ma io ti aspetterò, io ti aspetterò, foss’anche per cent’anni aspetterò, fosse anche per cent’anni!”) ha un testo che sembra la storia raccontata da un bardo, più che da un cantante pop.

The Kolors, “Frida” (Davide Petrella/Dario Faini/Alessandro Raina/Stash Fiordispino)
Una delle canzoni meno “sanremesi”: arrangiamento pop complesso basato su giro di piano e batteria - con una chitarra elettrica che accenna un assolo alla U2. A dominare il brano sono i coretti (il “Mai mai mai mai” ripetuto), mentre Stash cita la pittrice Frida “L’amore non è che una sfida/sarà la nostra regola come per Frida”,

Ermal Meta e Fabrizio Moro, “Non mi avete fatto niente” (Ermal Meta-Fabrizio Moro/Andrea Febo)
Un mid tempo molto ritmato e orecchiabile, quasi neo-folk, con la melodia che contrasta con le parole a tratti dure, a tratti di speranza: una canzone sul terrorismo che nella prima strofa cita l’Egitto, le Ramblas, il Bataclan, Londra e Nizza. Moro e Meta intrecciano le voci sulla vita che va avanti: “Non mi avete fatto niente/questa è la mia vita che va avanti”.

Noemi, “Non smettere mai di cercarmi” (Diego Calvetti/Massimiliano Pelan/Noemi/Fabio De Martino/ Veronica Scopeliti).
Noemi fa Noemi: inizia voce e piano, con un fraseggio riconoscibilissimo, e l’apertura sul ritornello: “Non smettere mai di cercarmi dentro ogni cosa che vivi”. Una canzone dalla struttura sanremese, con guizzi sull’arrangiamento che ammicca alle produzioni pop-rock contemporanee nel modo in cui tratta e amalgama gli strumenti.

Ron, “Almeno pensami”, (Lucio Dalla)
Inizio da cantautorato anglosassone d’altri tempi, con una chitarra acustica arpeggiata su cui entra il piano. La scrittura di Dalla (“Ah fossi un piccione che dai tetti vola giù fino al suo cuore/almeno fossi in quel bicchiere che quando beve le andrei giù fino a un suo piede”) si riconosce: Ron interpreta in maniera sentita e assai rispettosa verso il suo mentore, senza inutili enfasi.

Renzo Rubino, “Custodire” (Renzo Rubino)
Un arrangiamento molto particolare, nella versione di studio che abbiamo sentito, con gli strumenti trattati e la voce di Rubino davanti che canta una melodia dall’andamento a tratti spiazzante. Conferma il suo essere un cantautore non banale, che richiede attenzione: “Puoi custodire l’affetto nell’insolenza/non fare così/abbracciami dai/arrabbiati poi”.

Lo Stato Sociale, “Una vita in vacanza” (Lodovico Guenzi, Alberto Cazzola, Francesco Draicchio, Matteo Romagnoli, Alberto Guidetti, Enrico Roberto)
Inizio con archi alla Coldplay, ritmo elettronico e cassa dritte, con melodia post-indie che nelle strofe elenca i mestieri improbabili e non del giorno d’oggi.  Il ritornello ti si appiccica al primo ascolto: “Una vita in vacanza/una vecchia che balla/niente nuovo che avanza/ma tutta la band che suona e che canta per un mondo diverso”. La canzone più “radiofonica” del mazzo. 

Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico “Imparare ad amarsi” (Bungaro/Pacifico/Cesare Chiodo/Antonio Fresa)
Il piano di Pacifico sostiene la Vanoni, con quella voce riconoscibilissima e unica, con le sillabe finali strascicate. Poi entra Bungaro, mentre la canzone  progredisce verso l’apertura: “Bisogna imparare ad amarsi/bisogna imparare a lasciarsi quando è finita/ e vivere ogni istante fino all’ultima emozione/così saremo vivi”.

Le Vibrazioni, “Così sbagliato” (Francesco Sarcina, Andrea Bonomo, Luca Chiaravalli, Davide Simonetta)
Una canzone rock fatta di pieni (la batteria pestata) e vuoti (la voce con una chitarra appena arpeggiata). Nel ritornello Sarcina che dispiega la voce: “Tienimi stretto al buio e dimmi che mi vuoi bene anche così, così sbagliato”.

Nina Zilli, "Senza appartenere” (Giordana Angi/Antonio Iammarino/Nina Zilli)
Piano e voce in apertura per una canzone dalla struttura riconoscibile, fatta per valorizzare la voce della Zilli, che racconta il suo modo di essere donna oggi: “Donna siete tutti e tu non l’hai capito/donna che ha paura donna che ha trovato il vento sulla faccia il mare in una goccia”.