«DAMNED DEVOTION - Joan As Police Woman» la recensione di Rockol

La “maledetta devozione” di Joan as Police Woman

“Mi hanno detto che è dalle ferite che passa la luce”, canta Joan Wasser nel suo ultimo album “Damned devotion”, citando Leonard Cohen. Il dolore non ha mai avuto un suono così sexy.

Recensione del 07 feb 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

C’è una cosa che Joan Wasser fa in questo disco, il sesto come Joan as Police Woman. Dimostra che si può essere tristi e sexy nella stessa canzone, nello stesso momento. È una donna apparentemente fragile, quella di “Damned devotion”. Una vittima di un’idea estrema e romantica dei rapporti interpersonali, una destinata a soffrire a causa della “maledetta devozione” all’amore e alla vita. Eppure racconta queste storie in modo suadente e con assoluta sicurezza di sé. È come se ci dicesse: guardatemi, sto soffrendo, ma non cado a pezzi. Non scivolerò nell’autocommiserazione e neppure nel vittimismo. La malinconia ha avuto di rado un suono così sexy.

C’è un’altra cosa che Joan Wasser fa in questo disco: mette sottosopra il proprio sound. Non aspettatevi l’atteggiamento neo-tradizionalista che stava alla base di “The classic”. In mezzo c’è stato “Let it be you”, l’album scritto e registrato a quattro mani con Benjamin Lazar Davis. Non un capolavoro, ma un disco in qualche modo rivoluzionario per Joan. Perché lavorandoci ha imparato a mettere le mani sulle macchine e a dare peso ai ritmi e a praticare l’arte combinatoria dei suoni digitalizzati che sta alla base di “Damned devotion”. Che è un lavoro costruito partendo dai ritmi sovrapposti a suoni “naturali” e digitali, fatto di scenari sonori cupi ed essenziali, basati su pochi e strani colori, perfetti per canzoni notturne e malinconiche, languide e dark, ma mai disperate.

Ci sono molti motivi per amare “Damned devotion” e sono per lo più concentrati nella prima parte, quella con le canzoni più immediate. C’è l’interpretazione vocale drammatica e piena di stile di “Wonderful”, appoggiata su un beat stilizzato. Ci sono le melodie morbide e soul di “Warning bell” e “Tell me” e c’è il funk metropolitano di “Steed (For Jean Genet)”. Oppure gli arpeggi in saturazione che chiudono “Valid Jagger” (si tratta un Omnichord) e l’architettura bizzarra di “The silence”. E infine il tono riconciliante sul beat spezzato di “I don’t mind”. Wasser non è una pioniera, anzi è retroguardia artigianale quando, per una volta, costruisce digitalmente il sound al posto di elaborarlo in sala con la band, com’era abituata a fare. Non sembra un modo per inseguire mode, ma una scelta artistica in sintonia con la poetica di un album che tiene assieme gli opposti, il dolore e l’estasi.

Il tema delle relazioni sentimentali che governa gran parte delle canzoni svanisce in pezzi come “The silence” e “What was it like”. La prima è ispirata alla Women’s March del gennaio 2017 (“My body my choice, her body her choice”). La seconda è un ricordo d’infanzia del padre di Joan, lui che torna dal lavoro, la piccola che gli corre incontro in cima alle scale. Quello è anche il padre che “mi ha mostrato come si muore”. La vita è un gran casino e ci fa soffrire, ci dice Joan Wasser, ed è meravigliosa anche per questo. “Mi hanno detto che è dalle ferite che passa la luce”, dice una di queste canzoni, parafrasando Leonard Cohen. La devozione alla vita non è poi così maledetta.

TRACKLIST
Wonderful
Warning bell
Tell me
Steed (For Jean Genet)
Damned devotion
The silence
Valid Jagger
Rely on
What was it like
Talk about it later
Silly me
I don’t mind

TRACKLIST

01. Wonderful (03:33)
02. Warning Bell (03:16)
03. Tell Me (03:37)
05. Damned Devotion (03:12)
06. The Silence (04:42)
07. Valid Jagger (03:27)
08. Rely On (02:42)
09. What Was It Like (04:11)
10. Talk About It Later (02:35)
11. Silly Me (03:38)
12. I Don’t Mind (04:06)
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