Ogni canzone ha un significato profondo per me, sono totalmente ispirate alla mia vita. Ogni pezzo è stato scritto in un momento diverso e ogni parola racconta qualcosa sulle persone ed i luoghi di cui mi sono innamorato negli ultimi anni. Questo disco è il mio personale tentativo di racchiudere tutto in un unico infinito abbraccio.
Mèsico è l’ex Tempelhof Paolo Mazzacani. Dopo l’esordio datato 2016, “A long betrayal”, torna ad un annetto di distanza con un album nuovo di zecca, dodici pezzi giocati sull’alternanza di un’elettronica a base sintetica e pezzi più esplicitamente acustici su cui si innestano una serie di melodie molto dolci e delicate, portate avanti dal cantato di Mazzacani stesso. Un approccio formale misurato ad un genere potenzialmente coloratissimo, che Mazzacani padroneggia bene andando ad alleggerire il più possibile con una produzione mirata. Un songwriting molto pulito che i primi due pezzi in scaletta, “Abdicate to love” e “Long way back” definiscono molto bene, impostando quello che sarà sostanzialmente il canone dell’intero disco.
Un lavoro delicato, invernale, molto intimo; una parata di ricordi che Mazzacani ha tradotto in musica per poterli fissare definitivamente. Un lavoro convincente sia nei momenti narrativi quanto in quelli descrittivi, strumentali come l’interessante “Good luck”, brani che permettono di integrare i propri pensieri con quelli di chi i pezzi li ha scritti. Un bel modo per entrare in contatto, empatizzare con un disco che nella sua semplicità risplende di una purezza quasi ingenua, sfociando saltuariuamente addirittura in una certa malinconia (“The albatross”, pezzo sorprendentemente a cavallo tra Nick Cave e i Tear for Fears).