«THE VISITOR - Neil Young» la recensione di Rockol

L'America di Neil Young, ancora

“The visitor” è il nuovo, colorito album di Neil Young con i Promise of the Real. Dentro c’è di tutto: grandi canzoni e scarti, rock-blues e Broadway, un po’ di “Harvest” e un po’ di Crazy Horse. E un ritratto dell’America in modalità autodistruzione.

Recensione del 05 dic 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Che pensare di un disco in cui una delle canzoni migliori, che s’intitola “Almost always” e che potrebbe farvi venire il magone fin dall’attacco di armonica a bocca, sembra una variazione di “From Hank to Hendrix” e “Unknown legend” di venticinque anni fa? Di canzoni che raccontano quest’epoca confusa e complessa usando slogan da manifestazione? Di un album che contiene una carnevalata latineggiante lunga otto minuti e un rock-blues elementare e un pezzo che sembra pronto per un musical? Di testi in cui si attacca Trump usando il suo stesso vocabolario (“Lock him up!”)? Di un lavoro in cui Neil Young qua e là camuffa la voce? “The visitor” è il nuovo, colorito guazzabuglio del canadese inciso con i Promise of the Real, il gruppo di Lukas Nelson. Contiene pezzi pregevoli e scarti. Conferma l’idea che abbiamo di Neil Young: un eccentrico che fa quel che gli va.

Registrato nel corso di tre session (novembre 2016, giugno e agosto 2017), pubblicato in contemporanea ai Neil Young Archives, “The visitor” ha alcuni evidenti lati negativi: la modestia di alcune composizioni, il carattere sgangherato di certi passaggi, la mancanza di una personalità artistica di primo livello da parte dei Promise of the Real, che rischiano di sembrare una versione meno eccitante dei Crazy Horse. Dalla sua ha però una vitalità frastornante. Non vi è sottesa un’idea originale di sound come quella di “Peace trail”, ma potrebbe piacere a chi è affezionato alle bizzarrie di Neil Young. Se n’è già parlato per via di “Already great”, che fin dal titolo suona come una risposta allo slogan trumpiano “make America great again” e che, in perfetto stile “Living with war”, contiene un coro che fa “No wall, no ban, no fascist USA”. È la canzone da cui si capisce che il “visitor” del titolo è Young: “E comunque sono canadese e amo gli Stati Uniti, amo questo stile di vita, la libertà d’azione e d’espressione”. È la canzone in cui il maverick canadese si dice pronto a “fare la mia parte nel progetto divino”. È quasi un inno all’eccezionalismo americano.

Dentro “The visitor” c’è di tutto. C’è “Almost always”, ballata acustica nella tradizione che da “Harvest” arriva ai nostri giorni, interpretata con il pathos vibrante del Bob Dylan di “Blood on the tracks”. Solo che qui non si canta di relazioni, ma di un presidente che distrugge tutto ciò che è caro agli americani. C’è “Stand tall”, con un riff tagliato con l’accetta, chitarre che si trasformano in un rumore gracchiante e l’invito ad opporsi a testa alta a chi distrugge il pianeta. C’è “Change of heart” in cui Young tira fuori una voce diversa, più bassa e matura, un parlato country che sta assieme a parti fischiettate, a un mandolino, a un glockenspiel. “Carnival” è ancora più strana, perlomeno per il catalogo del canadese. È un pezzo di rock latineggiante con un piano giocattolo e atmosfere alla Santana, otto minuti d’avventure allucinate in una fiera che soffre della mancanza di uno sviluppo musicale. In tutto l’album si percepisce il limite di questa sorta di naturalismo rock dove ogni suono, anche il più slabbrato, sembra lasciato così com’è stato registrato, senza un grande lavoro di post produzione, né sforzi in sede di mix e mastering.

Testi verbosi come quello di “Carnival” stanno al fianco di parole elementari come quelle del rock-blues “Diggin’ a hole” che si basa sostanzialmente su tre frasi (“Sto scavando una buca / I miei nipoti avranno bisogno di una corda lunga / Sono preoccupato”) che lasciano aperta ogni interpretazione. “Children of destiny” è un’altra bella stranezza. S’annuncia con squilli di trombe, ha un arrangiamento per archi, sembra uscita da un musical di Broadway: “Lotta per ciò in cui credi, resisti al potere, preserva la terra e salva i mari per i figli del destino, i miei e i tuoi figli”. Il tema ambientale torna nella conclusiva “Forever”, altro pezzo di stampo acustico, una decina di minuti interpretati con voce dolce e vulnerabile, con l’immagine della Terra come chiesa senza preti, una chiesa in cui la gente deve trovare un modo per pregare da sola.

“The visitor” rappresenta per l’era Trump ciò che “Living with war” ha rappresentato per quella Bush, ma è più a fuoco e si basa solo parzialmente su canzoni-slogan. È anche il diciassettesimo album di Neil Young nel terzo millennio, una follia per gli standard produttivi odierni e per l’anzianità di servizio del canadese. Anche questa volta, come in passato, ha messo in gioco il suo talento con generosità, ma in modo estremamente disordinato, apparentemente senza riguardo per le coerenza di un album che pare poco ragionato e assemblato sull’onda dell’urgenza espressiva. Neil Young ci ha insegnato, d’altronde, che un disco non è un’opera d’arte, non è un oggetto perfetto. È comunicazione.

 

TRACKLIST

01. Already Great (05:47)
02. Fly By Night Deal (02:37)
03. Almost Always (04:50)
04. Stand Tall (05:13)
05. Change of Heart (05:54)
06. Carnival (08:20)
07. Diggin' a Hole (02:33)
08. Children of Destiny (03:24)
09. When Bad Got Good (02:00)
10. Forever (10:32)
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