«SWEET SOUTHERN SUGAR - Kid Rock» la recensione di Rockol

Kid Rock non si smentisce. Nel bene e nel male

Voleva fare il senatore degli Stati Uniti, invece ha pubblicato un nuovo album. Francamente è meglio così.

Recensione del 11 nov 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Voleva fare il senatore degli Stati Uniti, invece ha pubblicato un nuovo album. Francamente – vista l’aria che tira, trumpismo compreso – è meglio così. Molto meglio un disco di rock/country/rap/hard rock in più, che un musicista con le idee un tantino confuse seduto in Senato. È così che ci troviamo in mano questo “Sweet Southern Sugar”, undicesima fatica in studio del Nostro – che non si smentisce neppure musicalmente.

Non è il caso di aspettarsi sorprese di alcun tipo, né raffinatezze o sperimentazioni (ammesso che ci sia ancora chi se le aspetta). “Sweet Southern Sugar” è un agglomerato di 10 pezzi in salsa southern rock/country con tocchi rap, conditi da testi e attitudine che evocano patriottismo da teatrino, aggressività da mandriano armato stile “stai lontano da me e dalle mie cose” e una parossistica celebrazione degli ideali più reazionari dell’immaginario redneck.

Descritto così sembra anche piuttosto repellente come quadretto, eppure occorre rendere il merito a Kid Rock (vero nome Robert James Ritchie) di saperci fare, anche con ingredienti del genere: c’è lo stereotipo – e a quintali – ma quella vena di ironia e umorismo di grana grossa che da sempre lo contraddistingue strappa il sorriso in qualche occasione, risollevando le sorti di un disco altrimenti poco più che mediocre.

Mediocre perché intrecciato a doppio filo con una tradizione musicale che ha detto tutto da decenni ormai, relegata – se vogliamo – al mondo della nostalgia e del revival, cristallizzata; non che non ci siano altri generi che soffrono di questa sindrome, ma se al tutto aggiungiamo anche stivali da cowboy, uno spiccato sentimento repubblicano (all’americana, of course), la retorica da far west contemporaneo e i riff che saccheggiano il repertorio di Lynyrd Skynyrd, Molly Hatchet & co. senza troppi complimenti (per non parlare di qualche momento street/glam alla Mötley Crüe, di una manciata di rocconi alla Brian Adams d’antan e di qualche riffaccio che gli Who potrebbero reclamare)… ecco, allora l’aria si fa un po’ più rarefatta. Anche con qualche rappata nostalgica in più a movimentare la faccenda.

Morale: un disco che si fa ascoltare a cervello spento, che regala qualche momento di rock sanguigno e standard, da radio FM americana, ma che oggettivamente non fa drizzare neppure un pelo sulla pelle. Qualcuno lo chiamerebbe “ruock” e nemmeno troppo a torto.

Del resto ogni tanto c’è anche bisogno di ascoltare senza farsi troppe seghe mentali. E un album così questo promette e questo offre. Nel bene e nel male.

 

TRACKLIST

02. Po-Dunk (04:31)
04. I Wonder (03:18)
07. Raining Whiskey (03:59)
08. Stand The Pain (04:44)
10. Grandpa's Jam (04:14)
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