«TROUBLE NO MORE: THE BOOTLEG SERIES, VOL. 13 / 1979-1981 (SAMPLER) - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan, la recensione di 'Trouble No More: The Bootleg Series, Vol. 13 / 1979-1981 (Sampler)'

Tra gospel, rock e r'n'b: l'anomala parentesi cristiana del mito di Duluth in un cofanetto sorprendente e molto interessante...

Recensione del 06 nov 2017 a cura di Redazione

La recensione

Benché i fan di lungo corso abbiano già avuto modo di considerare da un punto di vista critico - e non partigiano, né, per così dire, ideologico - la discussa "trilogia cristiana" incastonata nel catalogo dylaniano tra il 1979 e il 1981, è per certi versi provvidenziale il vuoto riempito dal tredicesimo capitolo delle "Bootleg Series" per meglio comprendere uno dei periodi più prolifici (eppure sottovalutati, specie dal grande pubblico) del gigante di Duluth: l'enorme quantità di materiale dal vivo e di registrazioni inedite in studio - accumulate soprattutto nell'edizione deluxe, forte di otto dischi e un DVD contenente il documentario omonimo diretto da Jennifer Lebeau, più completa di quella standard da due CD (o 4 Lp) e nemmeno lontanamente paragonalibile all'edizione sample disponibile sulle principali piattaforme streaming - aprono uno squarcio fondamentale sulle attività live condotte da Dylan a cavallo dei due decenni, e sui processi creativi dai quali scaturirono.

Facendo tabula rasa dei suoi cavalli di battaglia nelle scalette dell'epoca - "Jesus loves your old songs", fu lo striscione che il cantante si trovò di fronte in una delle tappe del tour, esposto in platea dalla frangia di fan più riottosa alla sterzata radicale - Dylan si alienò le simpatie di parte del suo pubblico per intraprendere la sua personale odissea nel gospel, partendo (inevitabilmente) dai leggendari studi di Muscle Shoals, in Alabama, dove furono fissati su nastro “Slow Train Coming” e “Saved” (sotto la supervisione di Barry Beckett, già elemento della leggendaria Muscle Shoals Rhythm Section, e Jerry Wexler, e con il supporto di Mark Knopfler), e finita sui palchi di mezzo mondo, con una backing band live fortemente radicata nel southern sound.

Gli spunti filologici offerti dai demo inediti e dalle versioni alternative - specie se comparate con le riprese dal vivo - faranno la felicità di appassionati e completisti, ma "Trouble No More" ha anche una carta di in più da giocarsi presso il grande pubblico: quella della sorpresa. Chi di Dylan ha un'idea stereotipata - bella o brutta che sia - andando a scandagliare uno dei suoi periodi meno noti e più controversi (ma rimasti fuori dall'agiografia di massa, a differenza della celebrata svolta elettrica al Newport Folk Festival del '65) avrà modo, se non di comprenderne la grandezza, almeno di aggiungere un'importante tessera al mosaico del ritratto di quella che - fino a prova contraria - è la più compiuta incarnazione della canzone americana moderna.

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