THE THRILL OF IT ALL

Capitol (CD)

Voto Rockol: 3.5 / 5

di Mattia Marzi

Sam Smith si era smarrito. Nelle fasi finali della promozione del suo precedente album, "In the lonely hour", il cantante britannico aveva perso il controllo della situazione: il successo mondiale del disco d'esordio, i quattro Grammy Awards e l'Oscar vinto grazie a "Writing's on the wall" gli avevano annebbiato la vista e lo avevano portato fuori strada. Tornare con i piedi per terra è stato difficile, ha ammesso lui, così come è stato difficile trovare l'ispirazione per le nuove canzoni: di entrare in studio proprio non ne aveva voglia. Poi, però, è successo qualcosa: nell'ombra, lontano dalle luci dei riflettori, Sam Smith si è riappropriato della sua vita, ha ricominciato ad uscire, a divertirsi, a frequentare gente, a piangere per una relazione finita male. E così sono nate le nuove canzoni, e questo disco: "The thrill of it all".

"Non volevo fare un grande disco pop. A dire il vero, volevo provare a fare qualcosa di personale, una sorta di diario", ha detto il cantante a proposito dell'album, che arriva a distanza di tre anni e mezzo dal precedente. Sam Smith ha lavorato ai nuovi brani insieme a Jimmy Napes e Steve Fizmaurice, già al suo fianco per "In the lonely hour" e qui alla guida di un team di produttori che comprende anche i nomi di Timbaland e Emile Haynie. A detta del cantante, "The thrill of it all" è un album ispirato alle grandi voci femminili della musica soul e r&b, su tutte Etta James e Aretha Franklin: è un disco di ballate che parlano di cuori infranti, di solitudine e di vulnerabilità. Sam Smith continua a cantare dei suoi sentimenti, ma stavolta lo fa con un atteggiamento più consapevole, meno adolescenziale e più maturo, descrivendo gli effetti che la fama può avere sulle relazioni: "La fama può essere spaventosa. È quel che racconta l'album. Canto di una relazione che non ha funzionato per via del mio lavoro".

Tra "In the lonely hour" e "The thrill of it all" non ci sono molte differenze. Non si percepisce uno stacco, una linea di confine, almeno a livello di suono e di produzione: si spazia dal soul al gospel, passando per episodi black o r&b, con arrangiamenti molto curati e suoni caldi. La differenza principale sta tutta nel mood che attraversa le canzoni. Anche il precedente album raccontava la solitudine, ma in modo più dolce e - se volete - "aperto": prendete pezzi come "Money on my mind" o "Like I can", festaioli e rumorosi. Il nuovo disco, invece, è un disco più introverso, autodistruttivo: se "In the lonely hour" era come un gin tonic con gli amici, ha spiegato lui, questo "The thrill of it all" è un whisky bevuto da soli, in una stanza buia, di notte.

"One last song" (un omaggio al soul anni '50) e "Baby you make me crazy" (più vicino al soul-pop di Adele), gli unici due pezzi un più più ritmati, non bilanciano l'atmosfera malinconica dell'album: sembrano quasi fuori contesto in un disco composto quasi solamente da ballate. Ma Sam Smith fa quello che gli riesce bene: interpretare con la sua voce calda e confidenziale una manciata di belle canzoni romantiche. Non aspettatevi pezzi ritmati e festaioli (come quelli che in passato ha pubblicato insieme al duo di musica elettronica dei Disclosure), non aspettatevi strizzatine d'occhio al mondo dell'elettropop, ma semplicemente un album di ballate per cuori spezzati.