di Mario Guerci
Prima di ascoltare questo disco scordatevi tutto ciò che avete sentito finora sotto il nome di Bloc Party prima e di Kele dopo. Diamo il benvenuto alla terza trasformazione del musicista inglese di origini nigeriane: Kele Okereke uomo diventa “Kele Okereke artista”.
Facciamo un breve ripasso: il percorso stilistico musicale di Okereke inizia con l’alternative rock dei Bloc Party per poi prendere una piega più elettronica e sperimentale con il suo primo progetto solista, quello sotto lo pseudonimo Kele, con cui pubblica due album: “The Boxer” nel 2010 e “Trick” nel 2014. Il terzo album da solista, “Fatherland”, vede la luce con il suo nome di nascita, Kele Okereke, stando quasi a significare un ritorno alle origini, un ritrovamento della propria natura musicale dopo diversi tentativi di sperimentazione.
“Fatherland” è infatti un album quasi interamente acustico, lontano anni luce da ciò cui il musicista britannico ci aveva abituati con i suo lavori precedenti. Come suggerito dal titolo stesso, la figura paterna è il tema centrale e la principale fonte di ispirazione del disco; Kele si riferisce sia al padre, ma soprattutto al suo stesso essere diventato genitore.
L’intenzione iniziale di Kele non era quella di fare un album, ma una serie di ninne nanne per Savannah (figlia di Kele e del suo compagno), le canzoni hanno poi preso un respiro più ampio e la necessità di essere condivise con un pubblico più vasto ha spinto il musicista verso la creazione del disco.
La tonalità di “Fatherland” è intima e personale, i suoni sono soffusi, malinconici e le tracce si muovono con maestria attraverso più generi: il folk rock la fa da padrone, ma non mancano sfumature swing per poi toccare punte di R‘n’B.
“Streets Been Talkin” è una classica ballad acustica fatta di chitarra arpeggiata con qualche incursione di archi; sulla stesa onda si sviluppano “Capers” e “Yemaya” nelle quali si aggiunge il suono delicato di un pianoforte e qualche fiato. I brani più interessanti sono “Do U Right” e “Grounds for Resentment”, qui si sente lo zampino di Olly Alexander degli Years & Years; questi sono pezzi più movimentati e ben strutturati che fanno intuire le grandi potenzialità di Okereke in chiave rhythm & blues.
“Fatherland” non è un album facile all’ascolto, è lento, un po’ troppo morbido anche per essere un disco folk e l’aura malinconica/nostalgica assume un peso troppo dominante. Non per questo è un lavoro da sottovalutare e rimane comunque una grande testimonianza del talento e della versatilità del musicista inglese che malgrado una buona prova acustica, lo si preferisce con la modalità elettrica settata sul tasto “ON”.