«LA DISCIPLINA DELLA TERRA - Ivano Fossati» la recensione di Rockol

Ivano Fossati - LA DISCIPLINA DELLA TERRA - la recensione

Recensione del 02 feb 2000

La recensione

Il distacco dalla forma canzone, l’allargare le maglie della forma canzone, l’allontanamento da certe rotte battute in precedenza... si parla sempre di queste cose, da qualche anno, quando esce un album di Ivano Fossati. Ne parla anche lui, a quanto pare, e si finisce così per dare contorni ogni volta netti e definiti a qualcosa che continua ad essere lì da anni, e ad oscillarci davanti come il mare, senza decidersi se andare o venire. In realtà per trovare canzoni di Fossati che siano in qualche modo ‘popolari’ e ‘popolate’ bisogna tornare indietro a più di vent'anni fa, a quella famigerata “La mia banda suona il rock” che l’artista genovese aborre ormai come un’immagine distorta di se stesso, oppure alle mille delizie scritte per altri, da “Pensiero stupendo” a “Non sono una signora” e “Un’emozione da poco”. Fortunatamente per lui (anche se rimangono grandi canzoni, in quel genere), Fossati ha sempre tenuto il suo nome lontano da quell’immaginario, perseguendo nei suoi album strade meno battute ed evidentemente più ‘sentite’ di quanto possano esserlo state canzoni scritte su commessa. Si è inerpicato su mulattiere fatte di armonie tanto essenziali quanto sghembe, solcate apposta per la sua voce e soltanto ultimamente più ricche di curve e saliscendi: ha raccontato il suo piccolo mondo fatto di grandi cose avendo sempre più cura di fotografarsi sullo sfondo, quasi nascosto ad osservare la scena nascosto dalla tendina di una finestra. Ha visto e raccontato la guerra, in molte canzoni, quella eterna che passa dalle storie dei partigiani per sfociare nei mille fuochi della ex-Jugoslavia, quella che separa vite e destini a volte dati per definitivi. Ha raccontato la sua donna mille volte, («la prima volta che mi sono innamorato/era una donna conosciuta in un sogno/ e dopo è sempre stato così», canta nell’iniziale “La mia giovinezza”) e lo stesso ha fatto a volte con la recita dei sentimenti, sottolineandone debolezze, ipocrisie e istinti salvifici. Ha – soprattutto – buttato un occhio su quanto succedeva intorno, traendone di volta in volta, indignazione, rabbia, rassegnazione, cinismo, mutismo. In questo senso, “La disciplina della terra” prosegue e amplifica quel discorso, come del resto c’era da aspettarsi: passato il guado della rarefazione con “Lindbergh” e la secca dei lunghi excursus strumentali del tour di “Macramé”, la musica di Ivano Fossati torna adesso ad arricchirsi di nerbo e spessore, aggiungendo peso e valore a una rotta intrapresa da anni. “La mia giovinezza” è un ottimo inizio, e ancora meglio è la successiva “Treno di ferro”, il cui ritornello è una delle cose più belle mai scritte da Fossati. “La disciplina della terra” e “Invisibile” – originariamente titolo provvisorio dell’album – sono i due pezzi centrali dell’intero lavoro, perfettamente a fuoco e precedono “Sono tre mesi che non piove”, brano d’atmosfera jazz impreziosito da una lunga coda di tromba con sordina, suonata da Enrico Rava e capace di ricordare il miglior Miles Davis. “Angelus” è invece un ritratto femminile nel tipico stile dell’artista ligure, mentre “Iubilaeum bolero” rimanda a pezzi dalla struttura composita già tentati in passato da Fossati (su “Discanto”, ad esempio). “La rondine” - cantata con Luvi De André - è un omaggio alla canzone popolare da sempre amata e praticata, mentre “Il motore del sentimento umano” riporta Fossati alla descrizione di meccanismi e dinamiche che gli sono cari. “Dancing sopra il mare” è giusto uno scherzo da orchestrina su cui si innesta un recitato, mentre la melodia suonata sulla nave lasciata per vent’anni al largo di Panama riecheggia “Italiani d’Argentina” e finisce per sfociare nello strumentale per piano e orchestra che chiude l’album, “Finale”. Sul versante dei contenuti “La disciplina della terra” sembra, anzitutto, un richiamo all’ordine, ad un ordine che non c’è più, violato com’è dallo spirito dei tempi, irrispettoso e ingordo, impaziente e ansioso, dedito al commercio continuo. La disciplina della terra è una maglia invisibile che regge l’impalcatura di quel teatrino che ci affanniamo a chiamare società civile e che, dal profondo della sua protervia, di quella maglia vorrebbe forzare i nodi, ridisegnandola quasi a sua immagine e somiglianza, e rendendola, di conseguenza, instabile. «La disciplina della terra sono i padri e i figli/ i cani che guidano le pecore...»: si parla di questo, qui, ma non certo con la furia cieca del vate, semmai con la serena consapevolezza che è con quella stessa disciplina che prima o poi bisogna fare i conti, e che, a saperla vedere («me ne stavo qui con gli occhiali al soffitto/ a innamorarmi dei colori delle cose/ ma desiderare non basta/ da così lontano non basta...»), la vita ha una forza capace di inebriare («ora ho un contratto con gli angeli/ e ti ritrovo di sicuro vita/ in qualche mese d’agosto accecante/ o in un tempo meno illuso/ che vuoi tu»). “La disciplina della terra” è anche un disco che, nonostante sia forse il più suonato tra gli album di Fossati, sembra invocare e elogiare il silenzio. C’è silenzio tra le quinte delle canzoni, c’è la sensazione di essere inseriti in un tempo e in un luogo invisibili, in un mondo parallelo dal quale la voce viene fuori a raccontare storie che procedono di pari passo al tempo, che scorre e va via. Il fluire silenzioso delle cose («l’invisibile limpidità/la misura del tempo/la grande arte è un mestiere piccolo/invisibile»), il senso di una misura da non oltrepassare, la giusta distanza dalle cose, sempre inseguita e spesso mai raggiunta: di queste e altre piccole grandi cose è da sempre fatta la disciplina di Ivano Fossati, che forse in questo album corre il rischio di sembrare altezzoso solamente quando apostrofa con sferzante ironia i giubilanti dell’anno 2000, «esultanti/vuoti come i giorni di vento/accompagnati dalla musica del novecento/ preparata dai grandi cuochi del novecento», dimenticando di cogliere, in quel monumento alla logica negata che è la religione e in quel dispendio perfino volgare di mezzi ed energia, un istinto indissolubile dall’uomo, animale e soprannaturale al tempo stesso: la paura dell’ignoto, le mille domande e le altrettante risposte che ognuno – a modo suo – si dà. Se la religione agli occhi del logico è quasi superstizione, non si può non accettare l’uomo con tutte le sue debolezze, compresa questa. O si corre il rischio, da testimoni, di passare per giudici.
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