I TELL A FLY

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Voto Rockol: 4.0 / 5

di Michele Boroni

"Non credo che il nuovo album venderà come l'ultimo, mi dispiace!" aveva preannunciato in un'intervista a fine agosto sul Guardian Benjamin Clementine, vincitore di un Mercury Prize con il suo disco d'esordio nel 2015. In effetti un disco che si presenta come una sorta di concept disc su una coppia di mosche innamorate che scoprono il mondo tra occupati della giungla di Calais e bambini bullizzati, residenti di Aleppo e migranti che lottano sulle coste della Sicilia, con canzoni influenzate da musica impressionista di fine '800 e pop-prog inglese tipo Cockney Rebel, musica d'avanguardia e Ravel, non è propriamente roba da playlist su Spotify.

Ma proviamo a capire meglio. Con il precedente “At least for now” Clementine aveva colpito favorevolmente critica e pubblico un po' per il suo essere a metà tra Antony e Nina Simone, ma anche per il suo storytelling biografico – nato nel sud di Londra, amante da bambino della poesia e della Bibbia, autodidatta al piano e poi giovane homeless stiloso prima a Londra poi a Parigi, rimanendo sempre nella legalità. Il parto di questo “I Tell a fly”, prodotto dallo stesso Clementine, è stato particolarmente tormentato e in più di un'occasione il cantante inglese ha minacciato alla casa discografica, impaurita per il risultato poco commerciale, di tornare a fare il busker. In effetti il disco non è di facile ascolto come il precedente: la forma canzone fortemente melodica è continuamente interrotta da brandelli di synth analogici che riproducono il verso delle mosche, spinette, arrangiamenti barocchi e cori rococò che possono sconvolgere più di un ascoltatore.

L'iniziale “Farewell Sonata” introduce perfettamente a questa raccolta di canzoni tra il pop teatrale di “Better Sorry than a Safe” e l'avanguardia di “Phantom of Aleppoville”, la poesia di Joyce Kilmer (“Ode from Joyce”) e citazioni di Over the Rainbow rilette da Debussy ("Quintessence"). Inoltre qua e là si possono ritrovare pezzi dei primissimi Queen e del glam dei Roxy Music. In tutto questo il singolo “Jupiter” da una parte diventa il manifesto testuale dell'alieno Clementine (“Ben is an alien passing by / wishing everyone be / Back home in Jupiter things getting harder / Wishing everyone an ease”) dall'altra è un pezzo fin troppo pop per questo disco. Mentre “One Awkward Fish” è forse la traccia più bella del disco, che con il suo andamento ritmico nervoso ricorda da vicino l'ultimo Bowie di “Blackstar”. Il manierismo (“By the ports of Europe”) e il non essere perfettamente a fuoco (“Paris cor Blimey”) sono forse i punti più deboli di questo disco che nel 2017 possiamo definire piuttosto atipico, bizzarro e sinceramente d'autore.

Clementine qui si allontana da certi toni leziosi dell'esordio che lo rimandavano a Antony, e sfodera una voce versatile che gioca su tutti i toni e registri, anche quelli bassi (la conclusiva “Ave Dreamer” sembra cantata da Nick Cave). Lo si era visto live qualche settimana fa a Prato e ascoltando “I tell a fly” si capisce il suo continuo prendersi poco sul serio e a sdrammatizzare se stesso e la sua musica sul palco in vista di un disco piuttosto “pesante” come questo.

“I Tell a fly” è un disco coraggioso, imperfetto e assolutamente fuori moda ma che fa almeno ben sperare su una musica contemporanea che è sempre più standardizzata e livellata.

 

TRACKLIST

01. Farewell Sonata - (04:35)
02. God Save The Jungle - (03:14)
03. Better Sorry Than Asafe - (05:32)
04. Phantom Of Aleppoville - (06:30)
05. Paris Cor Blimey - (04:23)
06. Jupiter - (02:41)
07. Ode From Joyce - (02:05)
08. One Awkward Fish - (04:13)
09. By The Ports Of Europe - (03:40)
10. Quintessence - (03:37)
11. Ave Dreamer - (04:28)