MANIFESTO TROPICALE

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Voto Rockol: 3.5 / 5

di Marco Jeannin

Il manifesto tropicale dei Selton si fonda sulla contaminazione definitiva tra ritmi etno, un tocco di elettronica e il giusto pop che vanno ad installarsi sugli ormai consueti paesaggi Brasiliani che a colpi di bossa nova hanno fatto fin qui la fortuna della band. Ed era ora che i Selton trovassero la loro dimensione, per così dire, definitiva, andando a fissare quindi un canone che fin qui è sempre stato la loro cifra stilistica. Ecco quindi che nei dieci pezzi di “Manifesto tropicale”, il quinto lavoro targato Selton, ritroviamo tutto il meglio dei ragazzi di Porto Alegre, che per fare le cose per bene si sono fatti guidare in studio da Tommaso Colliva, il cui lavoro principale è stato quello di asciugare al massimo i pezzi per poterli proporre nella loro essenza, lavorando parecchio sulla scelta dei suoni e sugli arrangiamenti. Per stare sempre in casa Calibro poi, Enrico Gabrielli ha messo il flauto in “Luna in Riviera” e anche il clarinetto basso in “Terraferma”, mentre al fidato Dente, amico dai tempi della “Piccola sbronza” di  “Saudade”, la responsabilità di adattare al meglio i testi in italiano. Perché per quanto milanesi d’adozione (in quel di Loreto paradiso) e cittadini del mondo (sono ben tre le lingue cantate in questo dico), i Selton rimangono profondamente una band Brasiliana sia nella forma che nella sostanza. Iniziare a parlare di “Manifesto tropicale” dicendo che si fonda sulla contaminazione non è quindi stato un caso:

È un album che non sta fermo, quello che i Selton hanno messo assieme partendo dal manifesto antropofago che gli dà il titolo, quello con cui Oswald De Andrade definiva nel 1928 il modernismo come movimento più che onnivoro e il brasiliano come un soggetto che arricchisce la sua giovane cultura mescolandola con tutte le altre, anzi, cannibalizzandole. Il procedimento è quello, molto ecologico, di assorbire e rimettere in circolazione ciò che si incontra, di fagocitare e reinventare continuamente gli orizzonti dell’espressione – non solo - artistica.

Processo di assorbimento di suoni e culture che vede i Selton omaggiare Devendra Banhart in “Sampleando Devendra”, tanto per citare l’esempio più lampante, senza però mai tradire un centesimo della propria natura. Così come “Cuoricinici” è probabilmente il pezzo più pop scritto fin qui dal gruppo, un pezzo che (ri)chiama in causa i Vampire Weekend in modalità spiaggia al tramonto. O la psichedelia soft all’inglese di “Jael”, pezzo profondamente anni Sessanta. Detto questo, “Manifesto tropicale” è comunque a mio parere il disco più “Selton” della produzione della band; lo è perché, come dicevo in apertura, racchiude nei dieci pezzi l’essenza stessa del gruppo che ha saputo lavorare con bene in testa la sempre valida regola less is more, sia dal punto di vista compositivo che contenutistico. Tolti “Terraferma” e “Ben devagar”, i pezzi di  “Manifesto tropicale” girano tutti intorno ai tre minuti, tre minuti e mezzo di durata, fino ad arrivare alla conclusiva “Avoar” che in due minuti riassume tutto quello che i nuovi Selton vogliono dire ed… essere. Un arpeggio essenziale, accompagnato da pochi elementi di contorno e da echi di voci lontane; un fischiettio lieve che chiude il disco nella maniera più malinconica possibile. Saudade, si diceva…

O tempo não vai mudar / Só eu é que vou passar / O tempo não vai passar / Só eu é que vou voar...

Dieci pezzi che raccontano di viaggi, di ricordi e di affetti, il tutto visto dal filtro del tempo che passa. La malinconia agrodolce che si prova quando l’aereo decolla e la terra scorre sempre più lontana, e i profumi, i (tanti) colori e le sensazioni si trasformano immediatamente in ricordi, la maggior parte destinati a svanire. Questo è “Manifesto tropicale”.

TRACKLIST

01. Terraferma - (04:00)
02. Luna In Riviera - (03:18)
03. Sampleando Devendra - (02:57)
04. Cuoricinici - (03:27)
05. Jael - (03:27)
06. Stella Rossa - (03:50)
07. Tupi Or Not Tupi - (02:55)
08. Bem Devagar - (04:25)
09. Lunedì - (03:00)
10. Avoar - (02:05)