RESERVOIR

Jagjaguwar (Digital Media)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Marco Jeannin

Non è un caso che Bon Iver l’abbia portata al suo fianco sul palco di Jimmy Fallon… Sophie Payten, australiana di Canowindra classe 1992, si fa chiamare Gordi e ha appena pubblicato il suo primo album, questo “Reservoir”, su Jagjaguwar, la stessa etichetta di Bon Iver. Bon Iver che, oltre ad essere un compagno di label, per Sophie è anche la reference più diretta in termini musicali. Basta far partire il primo pezzo in scaletta per farsi un’idea già piuttosto precisa di quelli che sono i confini nei quali si svilupperà poi l’intero lavoro, un disco di base folk, dal sound sintetico e melodicamente pop.

E se di “Reservoir” si sta dicendo un gran bene in giro, di Gordi in generale su sta parlando non solo per i suoi meriti musicali, ma anche per un piccolo incidente di percorso che l’ha vista coinvolta giusto qualche giorno fa e di cui anche noi qui su Rockol abbiamo parlato. Niente di grave, anzi… Il fatto è che "Fortress", "Head Like a Haunted House" e "Un-Reborn Again”, tre dei pezzi del nuovo Queens Of The Stone Age, sono finiti per sbaglio nella tracklist delle copie in vinile di “Reservoir” che il consorzio di etichette Secretly Group, di cui Jagjaguwar fa parte, ha spedito ai propri abbonati. Un leak curioso, che ha portato Gordi all’attenzione di tanti, creando una certa curiosità intorno ad un disco che di aiutini più o meno involontari come questo probabilmente non aveva bisogno.

Perché, aneddoti a parte, “Reservoir” è un buonissimo lavoro, undici pezzi di sano e elegante folk, per come il folk può essere interpretato nel 2017:  quindi virato in toni elettronici e con la voglia di cercare sempre la melodia giusta. Prodotto da Tim Anderson (Solange, Banks), Ali Chant (Perfume Genius, PJ Harvey) e Alex Somers (Sigur Ròs), l’album è stato registrato in giro per il mondo, durante il tour che ha visto Gordi toccare il Wisconsin, Reykjavik, Los Angeles, New York, Bristol, Helsinki e, infine, la casa base Sydney. Anticipato dal singolo “Heaven I know”, “Reservoir” è un disco che presenta un’artista qui al debutto ma già formata sotto tutti i punti di vista. Un disco che si fa ascoltare davvero con piacere, intriso di una certa malinconia di fondo che lo rende sempre più interessante con il passare degli ascolti. Perché se effettivamente pezzi come il già citato singolo, l’opening “Long way”,  “All the light we cannot see”, “Bitter end” e “Myriad” fanno pensare fin troppo a Bon Iver e pure a Imogen Heap (“Myriad” in particolare), la personalità della Payten esce sulla distanza grazie ad una timbrica e ad una capacità interpretativa notevoli in grado di rendere il tutto emotivamente più complesso. Sophie ha classe da vendere e per quanto “Reservoir” paghi inevitabilmente qualcosa in termini di originalità sul lato arrangiamenti, suono e contenuti (amore e amicizia sono i temi ricorrenti di un disco che suona per combattere la malinconia e la tristezza), nel complesso centra comunque in pieno l’obiettivo principale, quello cioè di accendere le luci su un’interprete dalle ottime potenzialità. Niente di nuovo quindi, ma quello che c’è è fatto per bene.

Nel prossimo futuro aprirà il tour di Ásgeir, islandese che di melodie folktroniche intrise di pathos se ne intende. Con buona pace di Josh Homme.

TRACKLIST

01. Long Way - (04:00)
02. All the Light We Cannot See - (04:17)
03. On My Side - (04:30)
04. Bitter End - (05:09)
05. Heaven I Know - (05:13)
06. I’m Done - (03:37)
07. Myriad - (03:21)
08. Aeon - (05:21)
09. Can We Work It Out - (04:11)
10. Better Than Then, Closer to Now - (04:23)
11. Something Like This - (05:00)