«HOW DID WE GET SO DARK? - Royal Blood» la recensione di Rockol

Royal Blood, capitolo secondo: sudore, riff e voglia di pop

La ritrovata tostissima leggerezza del power duo inglese nel nuovo album "How did we get so dark?". La nostra recensione

Recensione del 23 giu 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

No, a quanto pare il polverone intorno ai Royal Blood non si è ancora del tutto placato, nonostante i tre anni buoni trascorsi dal primo fulminante album, vista l'attenzione generata dall'attesissima seconda opera del duo di Brighton. La storia, più o meno, è quella di sempre: un lungo tour mondiale e un carico di aspettative piuttosto pesante hanno atteso al varco il gruppo composto da Mike Kerr e Ben Thatcher, i quali hanno preferito prendersi il tempo necessario per dare un seguito al fortunato “Royal blood” del 2014.

Con i numeri conquistati dal disco di debutto - sessantaseimila copie nel Regno Unito in una sola settimana - il power duo inglese tutto basso e batteria ha scelto di allentare la tensione della nuova prova girando qua e là per il Vecchio e Nuovo Mondo, trascorrendo infine sei settimane in uno studio di Bruxelles (ma dal sapore newyorkese) colmo di strumentazioni del passato, per ultimare poi il tutto a Londra con la mano sicura di Joylon Thomas, già al banco del loro album di debutto. Tanti input diversi, tutti confluiti più o meno consapevolmente nel sound corposo e articolato di “How did we get so dark?”.

Anche nel nuovo lavoro, la ditta Royal Blood fa sentire tutta la potenza di fuoco della sua ridotta strumentazione, nervosa e caricata a pallettoni come sempre, eppure già dal primo singolo, “Lights out”, tutto appare rivisitato con una nuova maturità. Certo, i riff, le distorsioni e i cambi di tempo si fanno sentire e si mantengono sempre assolutamente riconoscibili, ma si mostrano pure levigati e ripuliti di quella tipica patina rugginosa che avevano in origine. La formula infatti non è cambiata, bensì ampliata nelle sua offerta, con maggiore attenzione alle stratificazioni e alle armonie, così come alle dinamiche e alle tessiture. Caratteristiche che si snodano lungo tutto il programma e che risultano evidenti nella martellante “Hook, line & sinker” e nei momenti più intensi, come “Don't tell” e “Look like you know”. 

L’attitudine è sempre quella: si tratta pur sempre di rocker un po' grezzi e chiassosi che spaziano dal garage al blues allo stoner, annessi e connessi compresi. Per sfuggire quindi a un destino un po’ citofonato e rischiare di ripetersi in uno schema fin troppo prevedibile, ecco però che, pur continuando a spingere con decisione l'acceleratore sui propri tratti distintivi, i due Royal Blood provano ora a spostarsi anche su un versante maggiormente radiofonico, come in “She’s creeping”, il cui riff malato e al tempo stesso coinvolgente fa il paio con un falsetto contagioso.

Inevitabilmente legati, anche solo per affinità di organico, al sound felicemente passatista già confezionato ad arte da Jack White nelle sue innumerevoli sortite e, ovviamente, a quello divertito dei Black Keys, eppure, al di là delle inesorabili analogie, la formazione ne esce fuori con una buona capacità di rinnovamento. Certo, alla seconda prova l'originalità di utilizzare il basso come strumento melodico principale, benché filtrato e utilizzato come se fosse una sei corde, è ormai assodata al punto che quella che un tempo era un'innovazione nel genere rischiava anche di essere un limite strutturale per il duo, il quale per “How did we get so dark?” ha preferito guardarsi bene intorno per trovare il proprio spazio espressivo. L'ispirazione principale è infatti arrivata da lontano, attingendo al bacino R&B e hip hop e cercandone di catturare l'essenza di quei groove così intriganti che, a detta del gruppo stesso, al giorno d'oggi solo questo tipo di produzioni riesce a permettersi perché più innovative e sicuramente più coraggiose di tanto rock che gira intorno.

Distanti da forme di purismo poco efficaci, i Royal Blood hanno quindi ideato il loro nuovo album fuori da barriere e pregiudizi, arricchendo la propria proposta con il mestiere acquisito sul palco e con soluzioni decisamente più luminose e leggere come le montagne russe di “I only lie when I love you” o la grande novità delle tastiere di “Hole in your heart”. È innegabile che il disco numero due dei Royal Blood sia una scommessa difficile, perché bissare quanto fatto in precedenza è impresa non da poco, eppure l'album riesce al tempo stesso a restare in scia senza stravolgerne le carte e spingere, seppur di poco, il tiro quel tanto che basta un po' più in là, con lo stesso spirito nervoso di sempre. Probabilmente non sarà questo il futuro del rock, ma in fin dei conti va bene così.

TRACKLIST

02. Lights Out (03:56)
04. She's Creeping (03:23)
05. Look Like You Know (03:05)
06. Where Are You Now? (02:46)
07. Don't Tell (03:38)
09. Hole In Your Heart (03:46)
10. Sleep (04:17)
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