Recensioni / 26 mag 2017

Beatles - SGT. PEPPER'S LONELY HEARTS CLUB BAND (50TH ANNIVERSARY DELUXE EDT.) - la recensione

50 anni di "Sgt. Pepper's" nell'edizione per i 50 anni: la recensione

Abbiamo provato per un attimo a far finta che fosse uscito nei negozi soltanto ora, ad ascoltarlo e “recensirlo” con orecchie vergini, senza preconcetti. Non ci siamo riusciti.

Voto Rockol: 5.0/5
SGT. PEPPER'S LONELY HEARTS CLUB BAND (50TH ANNIVERSARY DELUXE EDT.)
Apple Corps Ltd (CDx6)

di Franco Zanetti e Alfredo Marziano

Abbiamo provato per un attimo a far finta che fosse uscito nei negozi soltanto ora, ad ascoltarlo e “recensirlo” con orecchie vergini, senza preconcetti. Non ci siamo riusciti. Troppi e troppo forti i ricordi, le suggestioni, i riflessi condizionati, il peso della Storia.  50 anni dopo, ”Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles torna in una nuova versione, curata dalla Apple, in sei dischi. 

Ecco il dettaglio di cosa si troverà nel box della Deluxe Edition, disco per disco, con alcune considerazioni sul valore storico del disco e sul riascoltarlo oggi. Non perdete lo speciale su “Sgt Pepper” che uscirà su Rockol l’1 giugno

       

CD 1: Nuovo mix stereo dell’album. 
Lo abbiamo ascoltato qualche giorno fa a Milano, in un negozio di Hi-Fi, dal vinile. Il sapore del vecchio “Sgt Pepper’s” nel ricordo ci è sembrato diverso (e migliore) rispetto al sapore del “nuovo” “Sgt Pepper’s”. Ma è questione di gusti personali e di età.
Ci auguriamo che siano molti, moltissimi, quelli che magari “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” non l’hanno mai ascoltato, e che lo faranno per la prima volta grazie a questa riedizione, e che, loro sì, possano provare la sensazione di stupore e di meraviglia che ha provato chi nel 1967 ha ascoltato per la prima volta le stesse (fantastiche) canzoni.

Oggi, 50 anni dopo, quegli echi e l’immanenza di quella musica si sono attutiti, è cresciuto proporzionalmente il numero di quelli che “Sgt. Pepper’s” non l’hanno mai ascoltato per intero.
Come suonerà alle loro orecchie? Magari difficile da leggere in profondità. Magari un poco frastornante, così colorato rispetto al mondo ingrigito di oggi. Scontato no, non crediamo: anche se negli anni, e proprio in seguito a “Sgt. Pepper’s”, ci siamo abituati alle voci registrate al contrario, ai nastri accelerati e rallentati, ai violini distorti, agli ottoni compressi, ai clavicembali e ai corni francesi arrangiati in chiave “pop” che allora furono il frutto di uno sforzo sovrumano e geniale in sala di registrazione, 700 ore di lavoro contro i 585 minuti necessari a completare il primo album, “Please please me”. 

“Sgt. Pepper’s” è rimasto quel che era, per chi ha a cuore le prospettive storiche e i “contesti”: una elaboratissima sinfonia pop in celebrazione di un Brave New World avventuroso che sembrava non porre freni alla fantasia. E’ la Summer of love che incontra la Old Britannia (e la prende bonariamente o crudelmente in giro, a seconda delle circostanze), la Swingin’ London che va a braccetto con l’India del Maharishi Mahesh Yogi (nel raga di “Within you without you”, unico pezzo che George Harrison riesce a sottrarre all’egemonia compositiva di Lennon & McCartney). Impegnati nel campionato mondiale del pop contro Brian Wilson e i Beach Boys, John & Paul triturano simboli, suoni e immagini del passato e del presente in un frullatore impazzito, Pop Art allo stato puro. 

La brass band del pezzo che intitola il disco, sui titoli di testa e di coda dell’immaginario “concerto” che prende corpo nelle prime dodici tracce in scaletta, sta al Regno Unito come il cricket e il tè delle cinque: qui incoccia però nel rock’n’roll e nel fragore delle chitarre elettriche, vecchio e nuovo mondo allegramente in collisione tra di loro. Così i ricordi circensi di infanzia di “Being for the benefit of mr. Kite!” e il music hall di “When I’m sixty-four” (l’antitesi del “voglio morire prima di diventare vecchio” di “My generation”…), mentre le marcette di “With a little help from my friends” (voce solista di Ringo), “Getting better” e “Fixing a hole” hanno il sapore fresco della miglior musica “leggera” di quegli anni, se non fosse per tutto quel che gli succede sotto e intorno: il produttore George Martin e l’ingegnere del suono Geoff Emerick che “suonano” lo studio di registrazione, modulano, piegano, distorcono, plasmano gli strumenti dell’orchestra, giocano con le manopole del mixer e i nastri incollati a collage, sfruttano i riverberi e gli spazi dell’ambiente cercando di esaudire i desideri dei Quattro e di entrare nella loro testa, McCartney all’inseguimento della melodia perfetta, Lennon che chiede qualcosa di strano e di diverso per ogni canzone. Fu la negazione assoluta dell’album concepito come raccolta di singoli e riempitivi (oggi, a passo di gambero, siamo tornati proprio lì), dell’equazione tra musica live e musica di studio. Questa, al contrario, è musica “artificiale”, creata in vitro per accumulazione di prove, tentativi, esperimenti, irriproducibile su un palco e in presa diretta: eppure non fredda, anzi, una nuova, inebriante forma d’arte prima sconosciuta. 

Fu ancora più chiaro, dopo “Sgt. Pepper’s”, quanto sia importante il “suono” nella riuscita di un disco; uno dei tre elementi essenziali, si dice, insieme alla brillantezza dell’esecuzione vocale e strumentale e alla qualità delle canzoni. E infatti: “She’s leaving home” di McCartney è un capolavoro punto e basta, con quella storia così struggente ma anche cinica, il sovrapporsi nel refrain della linea melodica principale e del “controcanto” dei genitori abbandonati dalla figlia in fuga da casa, le 5 di mattina di un mercoledì qualunque. In “Lucy in the sky with diamonds” Lennon somiglia al Syd Barrett dei primissimi Pink Floyd, la sua filastrocca infantile deformata dall’Lsd e da immaginifiche visioni alla Lewis Carroll (i “cieli di confettura”, la ragazza con gli “occhi da caleidoscopio”, i taxi fatti di carta di giornale). A spettacolo concluso, quasi fuori onda, “A day in the life” rimane uno di quei pezzi che davvero ti spingono a pensare che la musica più sublime arrivi da altrove, un pianeta sconosciuto di cui l’artista geniale è il medium predestinato (già nel 1964 Timothy Leary, professore ad Harvard e profeta dell’acido lisergico, parlava dei Beatles come di “esseri mutanti, prototipi di agenti evolutivi inviati da Dio”): straniata, snervata, eppure toccante e irresistibile, spazzata via da un turbine orchestrale (4 piste x 4) e un fragoroso, incomprensibile chiacchiericcio in “loop” che lasciava il vinile in surplace sull’ultimo solco. Il consiglio è di ascoltarselo tutto in una volta, di non farne uno spezzatino: perdereste il senso della sequenza delle canzoni, una dietro (a volte dentro) l’altra senza soluzione di continuità, la straordinaria visione d’insieme, il gusto del contrasto (il sitar e le tabla di “Within you without you” che trascolorano nei clarinetti old fashion di “When I’m sixty-four”). E come si fa a rinunciare alla copertina di Peter Blake con il pubblico immaginario del concerto della band dei cuori solitari, quella fantastica e surreale hall of fame che ha fatto versare fiumi d’inchiostro?

Magari non è il miglior disco dei Beatles (non mi sento di dar torto a chi preferisce l’“album bianco” o “Revolver”), sicuramente resta il più abbagliante, pirotecnico, spiazzante. Figurarsi 50 anni fa…. Torna la domanda iniziale: perché accadde allora, proprio lì e in quel momento? Perché resta unico e irripetibile? Impossibile dare un’unica risposta. Ma certo i Beatles, allora, erano giovani uomini in stato di grazia divina e con il mondo in mano. L’Immaginazione al Potere, diceva uno slogan dei tempi. Oggi che il mondo occidentale vive uno stato di afasico dormiveglia, svuotato di ideali e di energia, è quasi scomparso il carburante che alimentava quei sogni. Anche per questo dischi così non se ne fanno più.

CD 2 e 3:
33 altre registrazioni tratte dalle session dell'album, la maggior parte delle quali precedentemente inedite e mixate per la prima volta dai nastri a quattro piste delle session, in sequenza cronologica rispetto alla data di registrazione. Purtroppo, Giles Martin non ha resistito alla tentazione di manipolare “creativamente” il materiale originario, prendendo pezzettini di qui e spostandoli di là, sfumando quando gli sembrava meglio, creando dei collage sonori un po’ alla “Love” (o dando vita a dei Frankenstein, a seconda di come la si voglia vedere) che tradiscono lo spirito della documentazione pura e filologica.
Un nuovo mixaggio stereo di "Penny Lane" e il mixaggio stereo del 2015 di "Strawberry Fields Forever". 

CD 4:
I direct transfer del mixaggio originale in mono dell'album e dei singoli "Penny Lane" e "Strawberry Fields Forever".
Il mixaggio mono del singolo promozionale di "Penny Lane" della Capitol.
Primi mixaggi mono, inediti, di "She's Leaving Home", "A Day In The Life" e 'Lucy In The Sky With Diamonds" (si pensava che questo mixaggi fossero stati cancellati nel 1967, ma sono stati ritrovati durante le ricerche d'archivio per questa pubblicazione del cinquantenario).
Ritrovare le versioni mono – quelle originarie, quelle i cui mixaggi erano stati curati anche personalmente dai Beatles – è un piacere: in mono il disco conserva la fedeltà al progetto originario, ed è così che andrebbe ascoltato.

Disco 5 e disco 6 (Blu-ray e DVD)
Nuovi mix audio surround dell'album e di "Penny Lane", realizzati da Giles Martin e Sam Okell, e il loro surround mix 5.1 di "Strawberry Fields Forever" del 2015. Versioni audio ad alta risoluzione dei nuovi mix stereo dell'album e di "Penny Lane" e del mix stereo del 2015 di "Strawberry Fields Forever".
Roba per audiofili, se lo siete vi divertiranno.
Contenuti video: i filmati promozionali restaurati in 4K di "Strawberry Fields Forever", "Penny Lane" e "A Day In The Life"; e "The making of Sgt. Pepper", una versione restaurata e precedentemente inedita del documentario trasmesso nel 1992, che contiene interviste con McCartney, Harrison e Starr, e materiale filmato girato in studio di registrazione presentato da George Martin.
I video erano già noti, il documentario è interessante, ma era già visibile in rete

 

In conclusione

"Sono poche le aziende capaci di separare i fan dal loro denaro con tanto buon gusto ed eleganza": l'ha scritto il "Guardian", e sottoscriviamo.