C’è tutta una nuova generazione di cantautori che si sta lentamente definendo e che ha come caratteristica principale quella di saper trascendere i confini stilistici che solitamente contraddistinguono la categoria (quella degli artisti che funzionano di base con voce e chitarra) andando a contaminarsi spesso e volentieri con suoni più tipici di altri lidi musicali. Recentemente ho avuto occasione di parlare e scrivere piuttosto bene del bel disco d’esordio di Berselli, “Orfeo l’ha fatto apposta” e oggi mi trovo a parlare di un altro lavoro, firmato da un altro Orfeo che ha tutta l’aria di averlo fatto apposta. Again.
Questo Orfeo è Federico Reale, musicista milanese classe 1986. Fa il suo esordio nel 2014 con l’ep “Sangue”, seguito nel 2015 dal primo full lenght intitolato “Le città sulla luna”; un buon disco, dalle ottime potenzialità. Potenzialità che sembrano aver trovato una forma concreta in questo nuovo “Arcadia”, nove pezzi in cui Reale racconta questa sua nuova forma cantautorale in cui gli stilemi e l’impostazione tipica del cantautorato di casa nostra trovano nuovo respiro andando a rivestirsi di suoni più tipici del mondo post rock (arrangiamenti vari, qui e là), di quello alternativo e del rock americano, abbinati ad una timbrica e una linea vocale che rimanda invece al lavoro di Alioscia con i Casino Royale.
Il disco, "Arcadia", è stato scritto l’estate scorsa in mezzo alla natura, in una piccola rimessa di macchine agricole di un paesino situato nei colli Romani. Una situazione che ha influito non poco sul contenuto dei pezzi, un ritorno fisico alla natura che si riassume nella scelta stessa del titolo del disco. Federico dice: “La scoperta di nuovi luoghi, la consapevolezza di conoscersi meglio, il rapporto tra le persone e il tempo di poter elaborare tutto questo hanno fatto sì che si potesse creare un percorso che portasse a questo risultato finale”. Un risultato che per noi è un disco più che interessante, fatto di pezzi in grado di colpire immediatamente e di altri che invece hanno bisogno di tempo e spazio per respirare, caratteristica questa che distingue i lavori in grado di uscire sulla distanza e durare nel tempo. Più che un augurio, questo di durare nel tempo, una piccola premonizione che spero si avveri. Per Orfeo e per noi. “Pelle” comunque è il pezzo che preferisco. Con quella chitarra distorta che se ne va poi…