«WE ALL WANT THE SAME THINGS - Craig Finn» la recensione di Rockol

Grande musica, grandi storie: "We All Want The Same Things" di Craig Finn

E' l'antitesi della rockstar, eppure è uno dei migliori autori rock in circolazione: il terzo album solista di Craig Finn degli Hold Steady

Recensione del 29 mar 2017 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

"I felt god in the buildings", canta  Craig Finn. La "canzone" è "God in chicago", ma l'ho messa tra virgolette perché la definzione non è giusta. Apparentemente è molto di meno: un recitato su un giro di piano tanto semplice da essere psichedelico, con un cantato che arriva e ti taglia in due. Nei fatti è molto di più: la sceneggiatura di un film, un romanzo in 4 minuti. Era tempo che non ascoltavo così ossessivamente un brano come sto facendo con questo. Ne hanno tratto anche un video, un po' didascalico, ma fatevi un favore: ascoltatela con il testo sottomano come se davvero steste leggendo un buon libro. Poi, solo poi, guardate il video.

"We all want the same things" (il titolo è una frase di "God in Chicago") è il terzo disco solista del cantante degli Hold Steady, il secondo in 2 anni (la band invece non pubblica album dal 2014, da "Teeth dreams"). Visto in foto e in video, Craig Finn rimane una sorta di Clark Kent: fisico da impiegato bruttino, occhialuto. Na diventa un superman della parola e della melodia roc, di fronte al microfono. Nei miei anni di frequentazione del rock americano ho trovato pochi narratori come lui - mi viene in mente soprattutto Willy Vlautin dei Richmond Fontaine - un altro maestro nel raccontare vite normali ed episodio minori con lo stile di un Carver o di un Faulkner.

E poi c'è che Finn è un grande musicista: non solo l'arrangiamento di "God in Chicago", ma di quello di tutte le 10 canzoni, che giocano con il rock classico: la melodia perfetta di "Jester & june" a quella di "Preludes", tanto per citare i primi due brani. "We all want the same things" non suona come una versione ridotta o più cantautorale degli Hold Steady, ma come un grande disco a se stante, che racconta la ricerca di un uomo nei suoi quarant'anni, alle prese con gioie, amicizie, famiglie. fallimenti e spiritualità (i riferimenti religiosi sono diversi, da qualche tempo, nei suoi dischi).

Insomma: "God in chicago" si candida a non-canzone dell'anno, e anche qualcosa di più: da sola basterebbe per consigliarvi questo album e la (ri)scoperta di Craig Finn. Ma anche tutto il disco non scherza.

Musica che è come l'amore che canta Finn: "The only things I learned about love is that it hits when it hits". E, come diceva Bob Marley: la cosa bella della musica è che quando ti colpisce non fa male, anzi.

TRACKLIST

01. Jester & June (03:59)
02. Preludes (04:16)
03. Ninety Bucks (03:41)
05. God in Chicago (04:45)
06. Rescue Blues (04:15)
07. Tangletown (04:30)
09. Tracking Shots (03:36)
10. Be Honest (04:49)
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