«INVOCATION AND RITUAL DANCE OF MY DEMON TWIN - Julie's Haircut» la recensione di Rockol

Julie's haircut, la nostra recensione di "Invocation and ritual dance of my demon twin"

Il ritorno del collettivo emiliano con un album oscuro e altamente lisergico. La recensione di "Invocation and ritual dance of my demon twin"

Recensione del 22 feb 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Aprire un varco su una loggia misteriosa dove fare i conti con il gemello malvagio che culliamo dentro non è cosa da poco. Con “Invocation and ritual dance of my demon twin”, i Julie’s Haircut lasciano libera la propria metà oscura in un lavoro complesso e sensuale con cui il collettivo emiliano, dopo più di vent’anni di attività, compie quel definitivo passo verso la destrutturazione totale delle canzoni, concentrando tutta la propria energia compositiva attraverso l’improvvisazione. 

Un caleidoscopio a tinte fosche sorto da due sessioni di libera creatività, dalle quali sono stati scovati e affinati i brani grezzi da plasmare in lunghi e ciclici mantra. Composto da otto tracce, l’album offre un affascinante quanto esoterico trip, dove tutto si fa liquido e vischioso, secondo un’andatura circolare che sfugge alle classificazioni. A partire dall’iniziale di “Zukunft”, con i suoi undici minuti di trance visionaria, una trama arcana e densa di suggestioni notturne si snoda attraverso fascinazioni e folgorazioni ipnotiche.

In “The fire sermon” si manifestano con forza le ombre evocate dal disco, tra percussioni ossessive e frasi sinistramente rituali, così come nei bagliori di “The gathering light” che sembrano aprirsi su un remoto altrove. E poi, ancora, gli arpeggi celtici di “Cycles” e le distorsioni violente di “Deluge” lasciano aperta la porta alle contaminazioni di generi in un’alchimia acida, capace di passare dal rock spigoloso a uno sciamanico free jazz. C’è tutta la costante ricerca dei Julie’s di sviluppare il proprio percorso, per una band che non si è mia imbrigliata in un solo genere e che, un tassello alla volta, ha saputo prendere nuove strade, differenti ma al tempo stesso coerenti con quella di partenza. Una progressione lisergica che si manifesta in tutta la sua potenza nella struttura ripetitiva e a tratti claustrofobica dei brani, tanto che la definizione un po’ semplicistica di “canzoni” risulterebbe piuttosto riduttiva. 

Non è un caso infatti che questo lavoro abbia segnato il debutto del gruppo nell’organico dell’etichetta inglese Rocket Recordings, da sempre attenta alle sperimentazioni e ai movimenti underground. Una continua crescita dal forte respiro internazionale, la loro, che ha portato anche all’inserimento del sesto elemento Laura Agnusdei ai sassofoni e alla voce a dare un’ulteriore spinta verso nuove direzioni. Il viaggio si chiude quindi con un ponte tra il passato e il presente della band, sulle note della sciamanica litania “Koan”, intonata a due voci da entrambe le Laura dei Julie’s, ovvero la Storchi - ex bassista e membro fondatore ma da tempo non più attiva in formazione - e l’ultima acquisizione della compagine.

E infine, la tematica ambigua, quella del doppio, presente fin dalla grafica di copertina - un’iconica foto delle dive del cinema muto Dolly Sisters vestite di perle - che ricorda quell’immaginario dark ante litteram degli inizi del secolo scorso. Il proprio doppione che risponde solamente a una tensione sfuggente e istintiva, quell’uguale che risulta però diverso e che, come nel caso dei Julie’s Haircut, si manifesta con un’urgenza espressiva fuori dal tempo.

TRACKLIST

01. Zukunft (11:28)
02. The Fire Sermon (05:40)
03. Orpheus Rising (03:45)
04. Deluge (04:41)
05. Salting Traces (04:20)
06. Cycles (04:18)
07. Gathering Light (05:28)
08. Koan (04:09)
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