«GARDEN OF ASHES - Duke Garwood» la recensione di Rockol

Duke Garwood, la recensione di 'Garden of Ashes'

Blues ipnotico e notturno come colonna sonora per l'apocalisse imminente: se vi piace l'idea, con Duke Garwood troverete pane per i vostri denti...

Recensione del 23 feb 2017 a cura di Davide Poliani

La recensione

Presentare un disco come una sorta di colonna sonora per la fine del mondo espone a rischi, specie se si offrono coordinate - tra il musicale e il geografico - così precise da suonare quasi sospette: Duke Garwood, tuttavia, è uno che con la sabbia del deserto si è sporcato davvero, e con dei compagni di viaggio che sono più di una garanzia. Uno su tutti? Mark Lanegan, col quale Garwood nel 2013 ha registrato "Black Pudding", ideale green card concessa dal già Screaming Trees al londinese che più americano non si potrebbe, che con "Garden of Ashes" torna - a modo suo - sul luogo del delitto.

Il corredo iconografico da desert session c'è tutto, e la cosa - agli ascoltatori più disincantati - potrebbe apparire persino ingenua: la marcia in più Garwood mostra di averla nella scrittura, che non si aggrappa all'ambientazione in cerca di spunti ma, al contrario, si serve delle atmosfere rarefatte delle undici tracce che compongono l'album per affabulare e coinvolgere, persino riuscendoci.

Una buona dose di autocompiacimento c'è, e bisogna riconoscerlo: "Garden of Ashes" è un disco che per essere apprezzato richiede attenzione e una certa dose di indulgenza, ma che sa ripagare di queste concessioni, a patto di offrirgliene la possibilità. Basta non farsi spaventare dai bpm sotto la soglia di guardia e stare al gioco, tra l'incedere ipnotico delle spazzole sul rullante e immancabile tremolo a fare da tappeto a una linea vocale che più che linea - appunto - è racconto, una specie di crooning da diner all'ora di chiusura che tiene insieme le fila del discorso.

Eccezion fatta per l'acustica "Sleep", quasi sul finire, Garwood gioca sempre più o meno sempre le stesse carte, inseguendo un blues ipnotico che qualcuno potrebbe trovare narcolettico, ma tant'è: "Garden of Ashes" non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché è la storia che racconta, a richiederlo. Chi apprezza Wim Wenders ricorderà la scena di "Fino alla fine del mondo" dove Solveig Dommartin e William Hurt vagano nel deserto australiano dopo l'atterraggio di fortuna sulle note di "Blood of Eden" di Peter Gabriel: ecco, l'atmosfera più o meno è quella. Scegliere se starci o meno sta a voi...

TRACKLIST

01. Coldblooded (03:09)
02. Sonny Boogie (05:05)
03. Blue (02:57)
04. Days Gone Old (03:27)
05. Sing to the Sky (02:03)
06. Garden of Ashes (03:50)
07. Heat Us Down (04:11)
08. Hard Dreams (02:59)
09. Move On Softly (04:44)
10. Sleep (02:53)
11. Coldblooded The Return (06:38)
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