«LITTLE FICTIONS - Elbow» la recensione di Rockol

L'amore ai tempi della Brexit: il nuovo disco degli Elbow

Dopo la defezione del batterista Richard Jupp, gli Elbow si reinventano e costruiscono le canzoni dal basso, da beat e loop. Missione compiuta: da brani artigiani del pop trovano una via per rinnovarsi e per dirci che “l’amore è il miracolo originale”. L

Recensione del 07 feb 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

È un disco di inni alla gioia sussurrati, tiene assieme felicità e malinconia, è un abbraccio caloroso. Arrivati al settimo album in vent’anni di carriera, gli Elbow buttano fuori un disco che suona fresco, motivato, a fuoco, materia da artigiani del pop. Le dimensioni collettiva e personale s’intrecciano nelle nuove canzoni del quartetto di Bury. E anche se non sono poi molti i riferimenti a quel che accade nel mondo – certo, c’è “K2” e quel passaggio sulla Brexit che fa “Vengo da un posto che la status dell’isola / Ci spinge a pensare che la gente ci odia / E forse, cara, è così” – “Little fictions” offre conforto in un periodo tormentato. È il lavoro di un gruppo che ancora crede nel potere della musica di offrire speranza e calore. Da bravi “middle class heroes”, gli Elbow usano il loro tono più confidenziale per dirci che “l’amore è il miracolo originale”.

Registrato in parte in una villa nella campagna scozzese – le storie sulle leggendarie session dei Led Zeppelin fanno ancora effetto, evidentemente – “Little fictions” parte dal basso, dal ritmo. Un po’ come i R.E.M., che vent’anni fa si ritrovarono senza Bill Berry e dovettero reinventarsi per le canzoni di “Up”, il gruppo di Manchester ha reagito alla defezione del batterista Richard Jupp ricostruendo dalle fondamenta il proprio sound. Figlio anche dell’amore del tastierista e architetto del sound Craig Potter per le produzioni hip-hop, “Little fictions” è un disco di canzoni che crescono lentamente, accatastando loop, frasi stilizzate e ostinate di chitarra elettrica, linee di basso accennate e soprattutto beat circolari e pattern di batteria. Sopra a questa tessitura, una cosa singolare per gli Elbow che in certi passaggi li avvicina più ai Radiohead che agli U2 cui sono spesso paragonati, gli elementi melodici spiccano ancora di più: le parti di pianoforte risuonano di più e spicca soprattutto il timbro pieno di calore di Guy Garvey, un Peter Gabriel di mezza età la cui voce ha ancora un colore meraviglioso.

Non è una rivoluzione, chi li ha sempre trovati noiosi non si ricrederà, ma “Little fictions” contiene buona parte degli elementi che rendono gli Elbow amabili. L’inizio è spettacolare: “Magnificent (She says)” racconta con un’orchestra d’archi il miracolo di una nuova vita che s’affaccia su questo mondo, in una dimensione quasi onirica. L’amore romantico – Garvey si è sposato da poco con l’attrice Rachael Stirling – è il filo rosso che lega le canzoni, ma si canta anche di fiducia nel prossimo e di speranza. C’è “All disco”, con un andamento fra Velvet Underground e i R.E.M., con Garvey canta come Peter Gabriel che rifà Morrissey (nella strofa) e come Garvey che rifà Peter Gabriel (nello special). Le canzoni crescono lentamente, e così il brano che dà il titolo all’album raggiunge gli otto minuti e mezzo di durata in un crescendo ben calibrato. È tutto così morbido e carezzevole che quasi non ci si accorge quando, in “Firebrand & Angel”, la band sabota il formato-canzone.

Si finisce con gli echi americani e il lieto fine di “Kindling” dove tornano gli archi e il loop è costruito a partire dal suono di un sacco di ramoscelli fatti cadere su un tamburello. Dopo 50 minuti di musica, resta l’impressione che le dieci canzoni siano sì diverse una dall’altra, ma che suonino come parte di una stessa conversazione. Sono allo stesso tempo famigliari e nuove, rassicuranti e prive di eccessi, senza soglie da varcare o frontiere da immaginare. Il bel contrasto fra le melodie semplici e immediate – roba da anni ’80, o quasi – e le tessiture strumentali lascia la voglia di riascoltare l’album, dove ci si immerge per perdersi e ritrovarsi. In fondo, “Little fictions” dice una banalità, una cosa elementare o forse persino reazionaria – il mondo là fuori ti strappa il cuore, l’amore ti salva – però la dice benissimo.

TRACKLIST

02. Gentle Storm (03:39)
03. Trust the Sun (05:55)
04. All Disco (04:27)
05. Head for Supplies (03:56)
06. Firebrand & Angel (05:25)
07. K2 (05:18)
08. Montparnasse (02:40)
09. Little Fictions (08:26)
10. Kindling (04:15)
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