«SHERYL CROW & FRIENDS LIVE FROM CENTRAL PARK - Sheryl Crow» la recensione di Rockol

Sheryl Crow - SHERYL CROW & FRIENDS LIVE FROM CENTRAL PARK - la recensione

Recensione del 23 dic 1999

La recensione

Quando qualche anno fa girava le radio italiane per lanciare il suo primo album, Sheryl Crow era una ragazza timida e di poche parole, ma piuttosto determinata quando si trattava di imbracciare la chitarra e mettersi a suonare: era lei quella di “Run baby run”, dopotutto, e il suo presente/passato di rockeuse un po’ grezza e sputacchiona aveva fatto breccia nel rock’n’roll heart italico. Passato qualche anno, sarà anche per merito di questa nuova acconciatura da giovane signora, Sheryl – con il dovuto rispetto per entrambe – viene più da paragonarla a Paola Turci che a Janis Joplin. Questo album – registrato in una sola serata al Central Park di New York il 14 settembre scorso - scorre via piacevolissimo quasi senza far rumore, un condensato di tipiche canzoni western-rock con quel tocco di country che non guasta mai, e una cartata di ospiti da togliere il fiato: Keith Richards, Eric Clapton, Stevie Nicks, the Dixie Chicks, Chrissie Hynde, Sarah McLachlan, Bill Murray. Parafrasando la copertina di un vecchio disco di Elvis Presley, ’10 famous rock musicians can’t be wrong” e così, se per qualche motivo la bella Sheryl è riuscita a schierare alleanze prestigiose sul suo palco, la sua reputazione presso il mondo del rock deve pure essere ben salda. Anche perché, a giudicare dall’album, suonare con lei dal vivo una sua canzone deve essere cosa piacevolissima: è roba facile da memorizzare, facile da suonare, di facile presa, con in più gli spazi giusti per infilarci un bell’assolo quando è il momento. Stevie Nicks, Chrissie Hynde, Keith Richards e compagnia impreziosiscono come si deve un album che è stato studiato come una carrellata di successi. Certo, Clapton e i suoi amici premiano anche la bellezza, e un’attitudine rock che qualche anno fa si disperava di trovare nelle donne. Di fatto, però, il pubblico cui si rivolge Sheryl Crow è già molto diverso da quello attratto da sue colleghe di corso, almeno in termini di esposizione musicale, cantautrici come Alanis Morissette, Fiona Apple, Tori Amos. La sua musica incarna una matrice molto più mainstream, molto più immediatamente americana, rimanda subito ai luoghi primari da cui quella cultura attinge il suo immaginario: le highways, i panorami, i locali fumosi dove una ragazza bellissima e mascolina, con i jeans e le gambe non depilate cercava di farsi strada qualche tempo fa suonando in un gruppo di uomini. La signora Crow entusiasma i presenti del Central Park, adesso, ma dietro questa musica c’è in agguato qualche lustrino di troppo: colpa dell’evento, forse, di un concerto alla “Re per una notte” che richiede un epos tutto suo. Anche questo è il successo, d’altra parte, e non è detto che ci sia per forza qualcosa di male nel frequentarlo. Questione di scelte. Piuttosto, Paola Turci – o meglio, i suoi discografici - prendano nota: una manciata di belle canzoni (“If it makes you happy”, “My favorite mistake”, “All I wanna do” e le cover di “White room” e “Tombstone blues”), qualche amico che conta, un pop-rock che ne evidenzi la voce elegante e un po’ bassa e la strada finalmente potrebbe essere quella giusta. Garantisce Sheryl Crow.
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