«APRITI CIELO - Alessandro Mannarino» la recensione di Rockol

Il nuovo album di Mannarino ci insegna che le radici sono difficili da recidere

Mannarino risponde alle tendenze dei cantanti e delle canzoni di oggi con un disco che guarda all'America del Sud: al pop e alla dance preferisce la samba e la salsa. E prova così ad uscire dalla grande bolla di Roma: ma ci riesce?

Recensione del 16 gen 2017 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Metti su il disco. Parte la prima canzone, si intitola "Roma". È un brano disincantato, una piccola poesia che Mannarino ha voluto dedicare alla sua città, della quale prova a rappresentare la decadenza. I versi centrali, in rigoroso dialetto romanesco, fanno così: "Ma come sei finita, amore all'incontrario? È così che tu te chiami per davvero: eri giovane e ridevi della vita, poi hai creduto alla bucia de un mercante forestiero e der magnaccia de la compagnia". L'ascolti e ti viene in mente una frase di uno dei film "minori" di Fellini, "Roma". In una scena di quel film, parlando della decadenza della città eterna (era il 1972), una comparsa diceva: "È perché so' scomparsi i romani". E vedeva nella causa di questa decadenza l'abbandono delle radici, della romanità, in favore di un certo "internazionalismo".



Un discorso, questo, che potrebbe essere esteso all'intero Paese e che - e qui veniamo a noi - ha riguardato anche la cultura, l'arte e dunque la musica. Mannarino, nella nostra intervista, lo ha detto piuttosto chiaramente: "Una delle tendenze principali delle canzoni e dei cantanti di oggi è quella di scimmiottare i cantanti americani. Si sono dimenticati delle loro radici, del popolare, del folkloristico, per scimmiottare gli americani". La sua risposta a questa tendenza è un disco che per certi versi va in altre direzioni: che guarda sì all'America, ma non a quella del Nord, all'America dei grattacieli, al pop e alla dance, quanto piuttosto all'America del Sud, quella delle favelas brasiliane e dei locali cubani, della salsa, della samba e della bossa nova.

"Apriti cielo", così si intitola il nuovo album del cantautore romano, prodotto insieme a Tony Canto e registrato con oltre 30 musicisti, è il viaggio sudamericano di Mannarino: con i suoi primi due lavori, "Bar della rabbia" e "Supersantos", il nostro si era fatto nuovo portabandiera della romanità, aveva provato a ritagliarsi un piccolo posticino nel simposio dei cantori di quella romanità scomparsa, da Alvaro Amici a Gabriella Ferri, passando per l'indimenticabile (e indimenticato) Franco Califano, e ci era in qualche modo riuscito. "Al monte", il terzo disco, lo aveva visto uscire dalla città e cominciare a mettersi in viaggio: con lo sguardo, però, ancora ancorato al passato. "Apriti cielo", allora, è il disco che segna in parte la rottura necessaria con quel passato, anche se si mantiene piuttosto fedele allo stile di Mannarino.

Questa rottura è rappresentata proprio dai suoni che caratterizzano le nove canzoni: il quarto di Mannarino è un disco che il cantautore definisce "vitale" e questa vitalità la troviamo soprattutto nell'assoluta centralità data ai ritmi, che rimandano a Bahia, all'Africa, all'idea di sud. "Arca di Noè", "Vivo" e "Babalù" sono gli episodi più sudamericani del disco, con percussioni tribali e ritmi samba, trombe e coro: te le immagini suonate in qualche locale di L'Avana pieno di gente mascherata da nubi di fumo, con Mannarino circondato da cubane che ballano e si divertono mettendo da parte la tristezza, oppure suonate per le strade di qualche città dell'America del Sud, stile parata coloratissima e affollatissima. Sono canzoni che, per temi e per sonorità, non sfigurerebbero su un palco come quello del tradizionale Concertone del Primo Maggio di Piazza San Giovanni a Roma. Ma ci sono anche pezzi che guardano immediatamente al di là dei confini. A New Orleans, ad esempio: "Gandhi" è un bluesaccio con un finale da teatro canzone, di "La frontiera" colpisce quella melodia fortissima - prima accennata dalla chitarra, poi dal coro, dunque dalla voce di una bambina - che richiama le squisite composizioni di Morricone per i film western di Sergio Leone.

Al tempo stesso, dicevamo, "Apriti cielo" è un disco che non si discosta poi di molto dai precedenti di Mannarino, almeno per quello che riguarda lo stile: perché anche se lui è tutto preso dal suo viaggio in Sud America, il cuore l'ha lasciato a Roma. E la città eterna, le borgate romane, i vicoli romani, i colori romani, tornano inevitabilmente, anche se solo vagamente, nelle immagini che trasmettono i testi: Bahia, in "Arca di Noè", ad esempio, sembra un quartiere tra Centocelle e la Casilina. Perché il pregio più grande di Mannarino, che è proprio questo suo essere un autentico portabandiera della romanità, questo suo cantare appassionatamente Roma, le serate romane, Trastevere, er Ponentino, er Cuppolone, ecco, tutto questo rappresenta al tempo stesso una sorta di palla al piede della quale vuole e non vuole liberarsi. E perché le radici, per quanto belle e importanti, spesso sono difficili da recidere.

 

TRACKLIST

01. Roma (04:02)
02. Apriti Cielo (04:13)
03. Arca Di Noè (04:11)
04. Vivo (03:36)
05. Gandhi (06:57)
06. Babalù (03:52)
07. Le Rane (03:55)
08. La Frontiera (05:07)
09. Un'Estate (04:26)
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