«11 SHORT STORIES OF PAIN & GLORY - Dropkick Murphys» la recensione di Rockol

Nono album per i Dropkick Murphys: dolore, gloria e oi-punk-folk

Come se la cavano i Dropkick Murphys dopo 20 anni di carriera? Ecco la recensione del nuovo disco

Recensione del 12 gen 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

I bostoniani Dropkick Murphys giungono al loro nono album, con una carriera ormai ventennale alle spalle. Loro sono – senza il minimo dubbio – uno di quei gruppi che entrano di diritto nel regno dei buoni, dei giusti, degli impegnati e dei simpatici. In prima linea in iniziative a sfondo sociale, legati alla loro comunità, consapevoli, radicalmente nobili e affidabili nella loro attitudine working class… insomma a priori sono ammirevoli. E la loro musica, un oi-punk-rock con influenze celtiche, ci ha fatto divertire, bere, piangere e massacrare in ondate di pogo e wall of death furibondi. Tutto bellissimo.

Eppure in questo nuovo “11 Short Stories Of Pain & Glory” sembra esserci un segnale di appiattimento, come se fossimo entrati in un regime di pilota automatico, in cui la band fa quello che meglio le riesce, ma offre meno – o poco – a livello di emozione, pathos, feeling ed energia condivisa.

Chiariamoci: questo non è un disco brutto. Ci sono i pezzi coi ritornelli da gridare, i riff punk/oi/folk, i testi aggressivi e commoventi e persino un’apertura da colonna sonora di film (lo dico: forse è l’episodio più centrato del disco… una cover del classico strumentale “The Lonesome Boatman” da brividi, che ti fa sentire come un marinaio fuorilegge col cuore spezzato). Il fatto è che, dopo avere sentito la produzione precedente ed essersi ancora emozionati per “Signed and Sealed in Blood” (poco meno di quattro anni fa), in questo frangente ci si trova fa le mani un album più routinario, professionale ma con poche vibrazioni.

C’è una certa aria di classic rock, in poche parole, a insinuarsi nei nuovi brani: non è un male, ma ora sembra essersi affievolita la componente più sanguigna, animalesca e verace. O meglio, c’è, ma in versione riveduta e corretta per un pubblico dal palato meno ruvido.

Del resto, considerando che l’aspirazione del gruppo è quella di diventare una sorta di AC/DC, Ramones o Motörhead – quindi con un sound inconfondibile e sempre uguale a se stesso – il rischio di incontrare momenti di leggera stanca è fortissimo. Per cui, prendiamo questo album come un intermezzo piacevole (ci sono alcuni pezzi che non sono proprio niente male… e ci ritroveremo tutti a cantare “First Class Loser” da qualche parte, lo so). Vedremo poi se la scintilla tornerà a essere fuoco.

TRACKLIST

03. Blood (04:01)
04. Sandlot (03:44)
05. First Class Loser (02:55)
06. Paying My Way (03:54)
07. I Had A Hat (03:02)
08. Kicked To The Curb (03:26)
10. 4-15-13 (04:47)
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