HARDWIRED… TO SELF-DESTRUCT

Blackened (2 x CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5
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di Andrea Valentini

È un ritorno atteso e sospirato quello dei Metallica (son passati otto anni da “Death Magnetic” - e “Lulu” con il compianto Lou Reed non è certo servito ad alleviare la pena). Come accade per tutti i dischi partoriti in tempi lunghi, c’era chi temeva che la montagna potesse partorire il classico topolino… ma siamo lieti di confermare che non è andata così: il gigante si è preso il suo tempo, ma ha fatto un bel lavoro. Anzi, ha gettato le basi per quella che – anche se è prematuro affermarlo – potrebbe essere una seconda giovinezza per Hetfield & co. In poche parole: “Hardwired… To Self Destruct” è davvero il lavoro più solido, convincente e soddisfacente che i Metallica sfornano dagli ormai lontani tempi del loro omonimo disco (alias “Black Album”).

Se i due album precedenti (“St. Anger” e “Death Magnetic”) suonavano vagamente come i Metallica che tentavano di tornare a fare i Metallica, ma sembravano non essere pienamente sicuri della loro scelta, questa volta la missione è stata compiuta e brillantemente. Quindi, con tutto il rispetto, siamo ben felici di accantonare i due predecessori (ma anche le distonie del loro periodo più rock targato “Load” e “ReLoad”) e – con un’operazione orwelliana stile “1984” – fingere che questo sia il capitolo seguente al “Black Album”. Anche se, a onor del vero, questo non è l’approccio corretto, perché a un’analisi più approfondita diviene chiaro che “Hardwired… To Self Destruct” è piuttosto un album inclusivo, che distilla accuratamente tutto ciò che è venuto prima per creare una miscela piacevolissima.

La band ha scelto la dimensione del doppio album per contenere 12 brani nuovi – distribuiti equamente, sei per ogni CD – restando fedele alla formula ufficiosa per cui il pezzo di apertura e quello di chiusura devono essere semplicemente i più furiosi e deflagranti (“Hardwired” e “Spit Out The Bone”, nella fattispecie). In mezzo c’è spazio per un delizioso paesaggio alla Hieronymus Bosch con spunti lovecraftiani (“Dream No More” recupera Cthulhu ancora una volta: in pratica il mostro in questione è quasi il quinto Metallica ormai), a base di metal, thrash, punk metal e qualche pizzico di rock sepolcrale alla Black Sabbath. In due parole: bentornati Metallica.

Gli highlight più succosi sono i già citati due brani piazzati in testa e in coda, l’aggressiva “Moth Into Flame”, la power ballad che vira bruscamente in puro inferno hetfieldiano intitolata “Halo On Fire” e poi “Now That We’re Dead” (love song gotica e sepolcrale, che rievoca i fasti di Tony Iommi e la sua gang sabbathiana). Cinque pezzi che costituiscono l’ossatura di questo lavoro – che, come già noto, presenta brani mediamente molto lunghi (eccetto “Hardwired” e “Spit Out The Bone”) – e lo tengono in piedi rendendolo compatto, a tratti corazzato.

Unica pecca è il fatto che, nell’economia di un doppio album, a tratti qualche momento suona interlocutorio, senza aggiungere molto al mood; una sensazione che affiora in qualche frazione del secondo lato. Ma non è giusto chiedere sempre di più, anche di fronte a un’offerta del genere: perché, credetemi; “Hardwired… To Self Destruct” è davvero un disco che non fa rimpiangere nulla a nessuno, compresi i fan della vecchia guardia.

Buon headbanging a tutti.

TRACKLIST

#1
01. Hardwired - (03:09)
02. Atlas, Rise! - (06:28)
03. Now That We’re Dead - (06:59)
04. Moth Into Flame - (05:50)
05. Am I Savage? - (06:29)
06. Halo on Fire - (08:15)

#2
01. Confusion - (06:41)
02. Dream No More - (06:55)
03. ManUNkind - (07:17)
04. Here Comes Revenge - (06:29)
05. Murder One - (05:45)
06. Spit Out the Bone - (07:09)