«WE GOT IT FROM HERE... THANK YOU 4 YOUR SERVICE - A Tribe Called Quest» la recensione di Rockol

18 anni e non sentirli. A Tribe Called Quest rimangono ancora i maestri dell'hip-hop. La recensione.

Dopo 18 anni tornano A Tribe Called Quest e niente è cambiato. Sono sempre i maestri.

Recensione del 16 nov 2016 a cura di Michele Boroni

La recensione


Nel 2015 è stato celebrato il 25mo anniversario di “People's Instinctive Travels and the Paths of Rhythm”, album d'esordio di A Tribe Called Quest, quartetto proveniente dal Queens che, insieme a De La Soul e Jungle Brothers, furono i paladini della cosiddetta Daisy Age, scena hip-hop caratterizzata da campionamenti raffinati ed eclettici, testi ironici e un'attitudine rilassata e un po' intellettuale. Riascoltando quel disco, tutti ci siamo accorti di quanto quel suono e quel flow fossero ancora attuali e godibilissimi.
E quindi oggi salutiamo con piacere il ritorno di ATCQ, dopo 18 anni dal loro ultimo “The Love Movement”, con l'attesissimo “We Got It From Here… Thank You 4 Your Service” seppur funestato durante le registrazioni dalla scomparsa di Phife Dawg, rapper insieme a Q-Tip del gruppo.


A differenza dei De La Soul che nel tempo hanno cambiato il loro approccio, preferendo uno stile più suonato e collaborazioni fuori dall'hip-hop (David Byrne, Damon Albarn, Little Dragon), gli ATCQ mantengono salda la loro identità: quindi struttura classica hip-hop, campionamenti sofisticati - Can ( in “Dis Generation” e “Lost somebody”), Black Sabbath (in “We the people”), ma anche Elton John (presente anche come pianista nella strepitosa “Solid Walls of sound”) - testi tra l'ironico e il profondo (“Lost somebody” in ricordo di Phife Dawg e l'attualissima “The Killing Season” contro tutte le guerre dichiarate dagli USA).

Quello che si intravede intorno a Q-Tip e compagni è un profondo rispetto e stima da parte dei loro colleghi: è raro vedere nomi di punta come Kanye West, Kendrick Lamar, Andrè 3000 e il lanciatissimo Anderson .Paak partecipare al disco senza pretendere di essere accreditati.

Ma sono Phife Dawg, Q-Tip e Ali Saheed Muhammad quando sono soli a dare il meglio: in “We The People” dove lo scomparso Phife snocciola rime con gran classe, o in “Dis Generation” mettendo insieme i Can di “Halleluhwah” e “Pass the Dutchie” dei Musical Youth, costruendo la traccia più bella del disco. Non manca la collaborazione di Busta Rhymes da sempre vicino al collettivo – anche se in “Mobius” sembra un po' la caricatura di se stesso – e di Jack White che suona la chitarra qua e là, un po' come fece il contrabbassista jazz Ron Carter nel loro capolavoro “The law end theory” del 1991.

Il disco è piuttosto lungo ed è contenuto in 2 cd: ma se il primo scorre via piacevole e veloce, nella secondo metà dell'altro disco, nonostante i tanti ospiti presenti, subentra un po' la noia e la maniera, più vicino a un mixtape che a un vero e proprio disco del ritorno. Probabilmente questo sarà davvero l'ultimo lavoro marchiato A Tribe Called Quest considerando l'ultima scomparsa, ma è senza dubbio una grande uscita di scena di una band che pur rimanendo fedele a se stessa ha realizzato un disco senza tracce di nostalgia, ma calato nella contemporaneità dell'hip-hop odierno.

TRACKLIST

#1
01. The Space Program (05:40)
02. We The People.... (02:52)
03. Whateva Will Be (02:52)
05. Dis Generation (03:33)
06. Kids... (03:48)
07. Melatonin (04:44)
08. Enough!! (03:20)

#2
01. Mobius (02:51)
02. Black Spasmodic (03:03)
03. The Killing Season (02:43)
04. Lost Somebody (04:18)
05. Movin Backwards (04:41)
06. Conrad Tokyo (03:31)
07. Ego (03:17)
08. The Donald (05:22)
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