«TALES OF A TRAVELER - Blue Mountain» la recensione di Rockol

Blue Mountain - TALES OF A TRAVELER - la recensione

Recensione del 06 dic 1999

La recensione

Nel diluvio di gruppi americani che tendono a riscoprire le radici del rock'n'roll interpretandole in una chiave moderna ed attuale sono due o tre i nomi fondamentali: gli Whiskeytown, i Bottle Rockets e i Blue Mountain. Questi ultimi, in origine un trio punk, si sono progressivamente evoluti verso un suono a metà strada tra certe ballate dei Rolling Stones e il Neil Young elettrico. Tutto condensato in canzoni che tendono a seminare sfumature country & western, accenti folkie e un'innata predisposizione all'energia del rock'n'roll. La soluzione di tutti questi elementi aveva già portato i Blue Mountain a realizzare ottimi dischi come Dog Days e Homegrown e assume contorni ancora più definiti e chiari con “Tales of a traveler”: la produzione è affidata a Dan Baird (già cantante e chitarrista della più famosa e non dimenticata bar boogie band americana, i Georgia Satellites) e il suono ne guadagna in freschezza, coerenza e forza. Ci sono canzoni che possono ricordare John Mellencamp (“I don't wanna say goodnight”), Tom Petty (“Whent you're not mine”), chitarre (elettriche e acustiche) suonate con trasporto e una sezione ritmica che può gareggiare con quella delle ristampe dei Blasters e degli X, la California alternativa degli anni Ottanta. Questo è invece il Midwest ad un passo dal futuro: i Blue Mountain sembrano essere la dimostrazione vivente della capacità del rock'n'roll di sopravvivere ai margini e di autoalimentarsi della propria energia.
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