«WALLS - Kings Of Leon» la recensione di Rockol

Kings Of Leon - WALLS - la recensione

Recensione del 14 ott 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

“Crollano i muri”, recita il teaser del nuovo album dei Kings Of Leon, il settimo della loro storia. Che esagerazione. Qui non c’è nessun muro che cade, nessuna rivoluzione. “WALLS” è l’album di un gruppo di buoni conservatori, ma una novità effettivamente c’è: la band dei Followill s’è sfidata a fare le cose in modo diverso, uscendosene con il suo lavoro più strambo e cupo. Dopo essersi affidata per anni ad Angelo Petraglia e Jacquire King, è uscita dalla sua comfort zone e ha inciso in California con Markus Dravs, il produttore degli Arcade Fire, noto anche per avere messo le mani sui dischi di Coldplay, Mumford & Sons, l’ultimo di Florence + the Machine. Ma “WALLS” è decisamente meno inquietante di quel che fa pensare la copertina che ricorda quelle di “Is there anybody out there” dei Pink Floyd e di “Byrdmaniax” dei Byrds, con i quattro visi dei musicisti rappresentati da riproduzioni in cera grandi poco più di un pollice e immerse in un liquido lattiginoso. E insomma, questo non è il “Reflektor” dei Kings Of Leon, ma nemmeno “Mechanical bull” che, si è detto qui, li fotografava “felicemente convenzionali e rilassati nella propria comfort zone”.

Con una carriera da rivitalizzare – secondo Billboard, negli Stati Uniti gli ultimi tre album hanno venduto in ordine cronologico 2.500.000, 776.000 e 347.000 copie – i Kings Of Leon dicono di avere messo alle spalle gli eccessi di un tempo, roba a mezza strada fra “The dirt” e “Spinal tap”, e di avere riallacciato buoni rapporti fra di loro dopo avere raggiunto il punto di rottura. Il risultato è un disco mainstream senza bizzarrie e nemmeno ammiccamenti imbarazzanti, magari poco audace, però ben scritto, assolutamente solido, che dà al pubblico quel che il pubblico vuole e intanto avanza una modesta ipotesi di rinnovamento. È meno rock’n’roll e decisamente più cool del precedente, non è roba da ascoltare con una scorta di lattine di birra. Inizia in modo convenzionale con il rock da stadio di “Waste a moment”. S’ascoltano poi rifiniture di chitarra che non stonerebbero in un disco new wave, cose che lambiscono territori U2 e ballate di grande effetto come quella pianistica che dà il titolo al lavoro e lo chiude in bellezza. Ma ci sono, anche, piccole stranezze per il gruppo come la latineggiante “Muchacho” e il funk-rock “Around the world” che avvicina il quartetto ai territori dei Franz Ferdinand (o dei Talking Heads, se volete un riferimento più nobile).

Diventati simbolo del rock under 40 che ancora si rifà a modelli classici, i Kings Of Leon di “WALLS” restano tutto sommato fedeli a questa narrazione. Piazzano rockettoni epici e lievemente scapigliati a sufficienza per soddisfare chi li vorrebbe uguali a sé stessi, ma si prendono piccole libertà, chitarre effettate, qualche lieve ritmica meccanica, un vecchio synth, echi e riverberi. Il cantante Caleb Followill si dice felice del periodo che sta attraversando e però nei testi offre un bel campionario d’inquietudini. Persino “Muchacho”, canzone leggerina che al primo ascolto si fatica a prendere sul serio, parla di un collaboratore e amico, “il mio preferito”, morto di cancro. C’è la vicenda di una cameriera che viaggia dal Texas a Hollywood con tanti sogni per la testa, ovvero “Waste a moment”. E c’è la storia vera della moglie del cantante che vuole trasferirsi in California, per poi cambiare idea. Si chiama “Conversation peace”, è uno degli highlights dell’album, ha una trama chitarristica agrodolce e ostinata, un’idea armonica molto classica e parecchio efficace.

E ancora, c’è la vicenda drammatica dell’uomo che s’impicca nel giardino della sua villa, una specie di alter ego fragile di Followill travolto da troppe droghe e da una storia che va a rotoli (“Over”). E c’è un omaggio a Blaze Foley, cantante country morto ammazzato nel 1989, a soli 39 anni, genio e beautiful loser, nella definizione di Lucinda Williams (“Reverend”). Ma la storia più bizzarra è probabilmente quella di “Find me” dove una ragazza – ispirata ancora una volta alla moglie di Caleb, la modella Lily Aldridge – s’innamora di uno spettro che la tormenta in una stanza d’albergo di Los Angeles. È paradigmatica dell’aria che si tira in questo disco: l’Hotel California dei Kings Of Leon è inquietante almeno quanto quello degli Eagles. “WALLS” sarà anche una sigla che sta per “We are like love songs”, una dichiarazione apparentemente positiva e innocua, ma quest’album è fatto di sogni infranti, fantasmi e morte.

 

TRACKLIST

01. Waste A Moment (03:03)
02. Reverend (03:54)
03. Around The World (03:34)
04. Find Me (04:05)
05. Over (06:10)
06. Muchacho (03:09)
07. Conversation Piece (04:59)
08. Eyes On You (04:40)
09. Wild (03:39)
10. WALLS (05:29)
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